Belle e stupide. Stereotipo o strategia?

– I just want to be wonderful –
Marylin Monroe

C’è un luogo comune, politicamente tutt’altro che corretto, che, nonostante sia stato ridimensionato nella cultura degli ultimi anni, si mantiene piuttosto saldo, nascosto sotto la superficie, nell’immaginario collettivo (non necessariamente maschile). Niente paura, almeno una volta nella vita l’abbiamo pensato tutti:

“Più sono belle, più sono stupide.”

Liquidare come stereotipo sessista e privo di fondamento un’idea che è riuscita ad  imporsi così a lungo e in modo così radicato, senza chiedersi quali possano essere i motivi della sua diffusione e se vi sia una possibile correlazione effettiva tra bellezza e capacità, potrebbe essere una semplificazione troppo frettolosa.

Il terreno è insidioso, ma qualcuno deve provarci, a costo di attirare le ire delle reginette del liceo. Partiamo dall’inizio.

Anatomia della bellezza

L’antropologia ci dice che la bellezza è un fatto culturale, si inquadra all’interno di uno specifico contesto storico sociale, mutando nel tempo e nello spazio geografico secondo dinamiche diverse e variegate. Non è possibile individuare caratteri che definiscano trasversalmente una bellezza condivisa, ad eccezione di una generica preferenza per la simmetria (che in natura è spesso indice di un buon pool genico), e per un rapporto vita-fianchi intorno a 0.7 (waist-to-hip ratio).
Se pure l’attrattiva della bellezza ha origini biologiche, queste non possono essere chiamate in causa per spiegare una presunta relazione diretta con le abilità intellettive di una persona. La biologia però un indizio ce lo da.

Non abbiamo una universale ricetta della bellezza, ma, qualunque essa sia, abbiamo in dotazione un sistema di riconoscimento per individuarla.

Se un carattere (ad esempio la simmetria, colori brillanti, un mantello uniforme o quant’altro) è indicativo del livello di fitness di un individuo, riconoscerlo in un potenziale partner sessuale rivela informazioni preziose sulla prole che andrà a generare, sulle risorse che metterà a disposizione, sulla qualità delle cure parentali, sull’aspettativa di vita e quindi sulle probabilità di accompagnare i discendenti sani e salvi fino all’età adulta. Nella costante corsa agli armamenti dell’evoluzione, più i caratteri risulteranno evidenti, più verrà favorita la capacità di individuarli velocemente, e più questi verranno riconosciuti come desiderabili, più chi li possiede cercherà di metterli in mostra nel modo più ostentato possibile.

Quel carattere, o insieme di caratteri, sono quello che chiamiamo bellezza.

Ragionando in termini di fitness e adattività all’ambiente, anche l’intelligenza rappresenta nient’altro che uno strumento. Come la corsa, la mimesi, il morso, l’ecolocalizzazione e qualsiasi altra caratteristica evolutasi perchè portatrice di un evidente vantaggio per l’individuo, l’intelligenza è stata plasmata in modo da fornire strumenti adeguati per conoscere l’ambiente, manipolarlo, acquisire informazioni, pianificare strategie, riconoscere opportunità, evitare pericoli, comunicare, ingannare, mentire e via via verso manifestazioni sempre più raffinate, fino alla complessità psicologica che ci contraddistingue.

Non è importante capire come e perchè si sia arrivati a questo tipo di complessità, nè definire cosa si intenda per intelligenza e a quale delle 9 diverse intelligenze indicate da Gardner ci si riferisca (fonte). Ciò che ci interessa è aver trovato, forse, una relazione possibile.

Al pari della bellezza, l’intelligenza è rappresentativa di qualità.

Keep It Simple, Stupid

Torniamo allora allo stereotipo. Una persona che esibisse due marker di qualità così determinanti come intelligenza e bellezza avrebbe certamente un gran bel vantaggio, per quale motivo dunque i due fattori non dovrebbero accompagnarsi, moltiplicando le opportunità di successo (riproduttivo, ma non solo) al contrario di quello che recita il luogo comune?

Per lo stesso motivo per cui in natura non si trovano supercreature in cui sono condensate tutte le armi di cui l’evoluzione è capace, dal volo al veleno, e che farebbero di questi fortunati i dominatori indiscussi del pianeta. La natura va nella direzione della specializzazione, intesa come l’affinamento di specifiche abilità e caratteristiche che apportino un vantaggio in un ambiente preciso. Maggiori sono i benefici, più forte sarà il consolidamento di tali caratteristiche. L’obiettivo della vita però non è quello di strafare, di segnare il punteggio massimo sul tabellone di un flipper, l’obiettivo della vita è la vita stessa: replicarsi. E per farlo è sufficiente sopravvivere quel tanto che basta per avere una discendenza in grado di avere a sua volte discendenza, e così via in una giostra ricorsiva senza fine.

Potendo scegliere madre natura opta per la soluzione costruttiva più semplice possibile, poiché investire su tutte le caratteristiche è costoso, dispersivo,  rischioso, complesso da realizzare, energeticamente inefficiente. Insomma, non funziona.

La chiave del successo è puntare su una caratteristica e perfezionarla.

Naturalmente le “scelte progettuali” dell’evoluzione hanno poco a che fare con le scelte comportamentali e con l’intricata ragnatela di dinamiche che governa la società umana. E’ nel concetto di successo, tuttavia, che si può intravedere un’analogia tra la fitness di stampo evolutivo e la sua declinazione sociale.

Quanto paga essere belle?

Immaginiamo allora un tipo di società che, oltre a proporre l’essere attraenti come modello di desiderabilità, di fatto riconosce, gratifica, offre vantaggi e posizioni privilegiate a chi è bello. Uno scenario di questo genere promuoverebbe la bellezza come strategia vincente per ottenere il successo sociale attraverso un meccanismo di rinforzo positivo. Non serve andare lontano per trovare esempi pratici, li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, poiché questa è esattamente la società in cui viviamo noi occidentali.

Persone maggiormente attraenti ottengono più facilmente un colloquio di lavoro a parità di competenze ed esperienza curriculare (fonte), guadagnano più denaro rispetto alla media della propria professione (fonte), vendono più facilmente e a cifre più alte nelle trattative commerciali (fonte), sono considerate colleghi di lavoro più produttivi e affidabili (fonte). I dati mostrano che anche il più odioso degli stereotipi è misurabile e verificabile: essere bionde, in forma, e addirittura più alti porta a guadagni maggiori (fonte).

Se pensate che la colpa sia tutta della cultura materialista sulla quale è costruito il mondo del lavoro, c’è una sorpresa che non vi piacerà. Anche i bambini molto piccoli sono portati a fidarsi di più di visi attraenti e mostrano feedback più positivi quando viene mostrato loro un volto considerato bello (fonte). Se, come si diceva, la natura ci ha biologicamente dotati di un kit di riconoscimento della bellezza innato, questo è sicuramente un buon indizio.

Allargando l’indagine al di fuori della sfera lavorativa, c’è un aspetto ancora più inquietante che affonda le sue radici nelle pieghe della nostra psicologia, e che prende il nome di halo effect. L’effetto “alone” è la tendenza a giudicare in modo più positivo una persona attraente, attribuendole qualità immaginarie sulla sola base del suo aspetto fisico. In pratica, quando vediamo una bella ragazza di cui non sappiamo assolutamente nulla, siamo portati a credere che sia anche dolce, buona, raffinata e sì, anche intelligente, più di quanto saremmo disposti ad ammettere di fronte ad una brutta. E lo facciamo inconsapevolmente, senza motivo e in modo del tutto irragionevole.

Ricette vincenti ed effetti collaterali

Considerate queste premesse, l’approccio specializzazione-semplificazione può considerarsi una strategia efficace per l’ottenimento del successo sociale, ma impone una scelta: su quale marker di qualità investire? Essere bella o intelligente? Chi è stato baciato da madre natura con un bell’aspetto tenderà (consapevolmente o inconsapevolmente) a investire sulla sua risorsa vincente tralasciando altre che richiederebbero uno sforzo maggiore e un costo complessivo più alto.
Al contrario, l’individuo che non ne è stato dotato sarà propenso a concentrarsi sulle alternative e, a causa di un analogo meccanismo di rinforzo (negativo questa volta), l’alienazione sociale da parte di quel mondo che celebra l’aspetto estetico rafforzerà la volontà (e perché no, il desiderio di riscatto) di sperimentare ricette del successo differenti.

La dicotomia dualistica di donne bellissime candidamente sciocche e donne brutte incredibilmente brillanti assume così la forma di una contrapposizione di strategie equivalenti.

L’azione congiunta di stereotipo e strategia ha però un effetto collaterale, quello di non permettere a chi ne è oggetto e soggetto allo stesso tempo di rompere il circolo vizioso (fonte). Se la società mi vuole bella, ma ritiene che sia per me impossibile essere anche intelligente, aumenterò i comportamenti gratificanti che sfruttano l’aspetto fisico e sarò sempre più convinta di non poter ambire a nient’altro.

La celebrazione vuota della bellezza porta le persone a vedere se stesse come semplice oggetto del desiderio, e a sottostimare quelle caratteristiche che non aderiscono al modello estetico, contribuendo così ad alimentare lo stereotipo in una spirale di rinforzi.

E gli uomini?

In linea teorica quanto detto si potrebbe applicare al genere maschile. Il dimorfismo sessuale (l’insieme di differenze morfologiche tra maschio e femmina) avverte che non è proprio così. In un mercato in cui l’offerta è preziosa e la domanda è elevata, chi offre seleziona e chi vuole ottenere la risorsa non può far altro che competere. Per questa ragione le dinamiche di investimento parentale hanno spinto i due sessi in direzioni distinte. I maschi verso la competizione, che ha favorito maggiori dimensioni, forza, aggressività… Le femmine verso il delicato ruolo di saper scegliere il partner adatto (non è una novità, vero?), che ha favorito una buona dose di attenzione, richiesta di cure, predisposizione all’attaccamento. Ma per essere un buon prodotto sul mercato e indurre la domanda ad azzuffarsi bisogna sapere come tenere alto il livello di desiderabilità. A volte basta una tinta bionda e un po’ di trucco.

 

Bibliografia e Approfondimenti

Uomini, donne e code di pavone  – Geoffrey Miller (2002)

Sulla selezione sessuale e l’evoluzione della bellezza

Parental investment and sexual selection – Robert Trivers
The Psychology and Biology of Beauty
The Rules of Attraction in the Game of Love
Symmetry is crucial to biology: a Q & A with Robert Trivers

Sull’Halo Effect

What Is the Halo Effect?
Effetto alone e l’influenza nella vita di tutti i giorni

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. endorspirit ha detto:

    Bell’articolo!

    Mi piace

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