Mi è sembrato di vedere un essere umano

Alzi la mano chi almeno una volta non si è lasciato intenerire dallo sguardo pentito di un cane o non ha riso dell’espressione minacciosa di un gatto. Delfini sorridenti, struzzi che ti fissano con fare accusatorio, koala desiderosi di coccole… spesso gli animali sembrano avere atteggiamenti molto simili ai nostri.

E’ naturale per noi antropomorfizzare tutto ciò che ci circonda, soprattutto quando la nostra visione è influenzata da un rapporto affettivo, come nel caso degli animali domestici. Abbiamo la tendenza e la necessità di riconoscere comportamenti ed espressioni riconducibili alla dimensione umana anche dove non ci sono, ed interpretarli secondo il nostro modello comunicativo, con il rischio di costruire spiegazioni molto lontane dalla realtà.

Lo facciamo di continuo anche fuori dal regno animale. Vediamo il muso affilato di un felino nel frontale di un’auto sportiva, il profilo minaccioso di uno squalo in un aereo da combattimento, un omino terrorizzato in una tazzina di caffè.

L’abitudine a vedere volti dappertutto ha origini profonde nel nostro cervello, che addirittura dispone di un vero e proprio circuito specifico, il giro fusiforme, preposto al riconoscimento delle facce. Il meccanismo di riconoscimento immediato a dire il vero è piuttosto grossolano, al punto da dare l’impressione di scorgere un volto non appena ci siano tre macchie disposte come due occhi e una bocca. Questo fenomeno è chiamato pareidolia e assume contorni così divertenti che si possono trovare intere gallerie fotografiche e profili Instagram dedicati.

Non siamo i soli a nascere con un sistema di riconoscimento per così dire “di fabbrica”. E’ noto che i pulcini, come numerosi altri volatili, sono particolarmente sensibili all’imprinting, un meccanismo di apprendimento veloce attraverso il quale i piccoli identificano come “mamma” la prima cosa che si presenta ai loro occhi non appena il guscio si schiude. Che succede se si mostra ad un pulcino neonato una pallina da ping pong? Per il pulcino quella pallina deve essere la sua mamma. Ma cosa accade se vengono mostrate due palline e su una di esse viene disegnata con un pennarello la faccia di una gallina? Il pulcino tende a seguire la gallina disegnata piuttosto che la pallina “liscia”. L’esperimento è stato ripetuto modificando le condizioni e ha permesso di mostrare che i pulcini possiedono un sistema di riconoscimento sensibile a tre macchie ad alto contrasto e disposte opportunamente a triangolo rovesciato all’interno di un ovale.

Credo però ci sia un altro aspetto che incide sulla tendenza ad antropomorfizzare. Verso i 4 anni di età i bambini sviluppano la capacità di “mettersi nella testa degli altri”, riescono cioè ad acquisire la consapevolezza di se stessi e degli altri come individui indipendenti dotati di emozioni e mossi da intenzioni e scopi. La teoria della mente ci spinge continuamente a comportarci e relazionarci tenendo presente l’individuo che si trova di fronte a noi e facendo ipotesi sul suo stato emotivo e mentale.

La capacità di entrare in sintonia ricopre un ruolo fondamentale nella nostra intelligenza sociale, interiorizzato a tal punto da mettersi in funzione anche quando non dovrebbe. Siamo portati a riconoscere in cani e gatti espressioni che ricordano le nostre, ad attribuire loro i nostri stati d’animo, le nostre motivazioni, i nostri obiettivi. E nel farlo assumiamo che pensino necessariamente a modo nostro.

Siamo disposti a riconoscere agli animali capacità senzienti e diritti nella misura in cui vediamo in loro qualcosa che ci ricorda noi stessi, in una visione antropocentrica che nega la possibilità di esprimersi in modo diverso.

 

Approfondimenti

Pareidolia: perché il cervello vede facce nei posti più strani?
How the Brain Recognizes Faces
Lo sviluppo della teoria della mente nel bambino

 

 

 

 

 

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