E se gli extraterrestri non fossero così intelligenti?

Trecento miliardi di stelle nella sola Via Lattea ed essere soli in tutto l’universo sarebbe una coincidenza davvero sfortunata. Tralasciando i vari avvistamenti UFO, l’area 51, gli X-Files, le presunte vittime di rapimento alieno ed altri racconti folkloristici, per ora i fatti non sono incoraggianti, ma fortunatamente l’universo è abbastanza grande per lasciarci sperare.

L’interrogativo se ci sia qualcun altro là fuori accompagna l’uomo da sempre, ma ha trovato risvolti pratici solo di recente, in particolare grazie al progetto SETI (Search for Extra Terrestral Intelligence), avviato negli anni 70. La prima domanda cui il programma doveva rispondere, per ottenere consensi e il supporto del governo, è stata: quante probabilità abbiamo di incappare negli ometti verdi?
Un tentativo di risposta è stato formalizzato in un’equazione che tiene conto, tra le altre cose, di quanti pianeti posseggano un ambiente adatto alla vita e in quanti di questi casi emerga vita intelligente.

Qui si pone un problema interessante.

Per qualche motivo, forse complici film e romanzi di fantascienza, nell’immaginario collettivo gli extraterrestri sono rappresentati come civiltà tecnologiche avanzatissime.
Forse per lo stesso motivo molti scienziati coinvolti nel progetto hanno dato per scontato che, una volta identificato un pianeta sul quale ci fossero le condizioni per la vita, l’evoluzione avrebbe dovuto necessariamente, prima o poi, portare allo sviluppo di creature intelligenti.
Tuttavia questa deduzione nasconde due errori.

Il primo riguarda la teoria evolutiva stessa e l’idea che la selezione naturale, attraverso competizione e adattamento, spinga le forme di vita verso soluzioni sempre più raffinate, fino a raggiungere un grado di complessità tale da rendere necessario l’uso di una qualche intelligenza. In sostanza si sostiene che dal brodo primordiale si giunga in un modo o nell’altro a qualcosa di simile ad una intelligenza umana, basta avere un po’ di pazienza.
E questo è falso.
L’evoluzione è priva di progetto o direzionalità e non ha alcun interesse a produrre soluzioni più sofisticate, a meno che non sia indispensabile e a fronte di un rapporto costi-benefici positivo. Anzi, la natura per come la conosciamo (e abbiamo motivo di credere che funzioni così anche al di fuori del nostro pianeta) opta per la scelta meno dispendiosa, e mantenere un cervello è tutt’altro che economico.
Il termine stesso “evoluzione” e il concetto di “più adatto” possono trarre in inganno. La vita non è condannata ad evolvere verso qualcosa, e, quando muta, non assume una forma più evoluta, in termini di progresso, ma sufficientemente adatta alla sopravvivenza e alla riproduzione. In mancanza di una pressione selettiva che renda un organismo inadatto all’ambiente, e che quindi favorisca l’emergere di caratteristiche nuove e vincenti, questo rimane così com’è, senza la necessità di salire i gradini di una presunta scala evolutiva. Non c’è ragione per cui un pesce debba uscire dall’acqua, sviluppare polmoni, iniziare a strisciare, mutare le pinne in zampe e modificare la propria struttura in forme via via più complesse fino a diventare un animale intelligente e a sangue caldo, a meno che le condizioni ambientali non siano così dure da condurre la forma primordiale verso l’estinzione, imponendo un cambiamento.

Il secondo errore riguarda l’intelligenza vista come punto di arrivo del percorso evolutivo, e in qualche modo ingrediente necessario all’adattamento. L’idea che il cervello (e la mente) sia l’espressione massima è più raffinata della natura è tipicamente umana, frutto di una concezione antropocentrica secondo cui non solo l’intelligenza della specie homo sapiens rappresenta il risultato migliore tra tutte quelle animali, ma il concetto stesso di intelligenza è visto come qualcosa di più evoluto.
E pure questo è falso.
Il cervello è una soluzione costruttiva al pari di qualsiasi altro organo e l’intelligenza il suo risultato funzionale, come potrebbe esserlo la respirazione per i polmoni. Nient’altro che un gadget evolutivo, un optional dai costi elevati assolutamente evitabile. Il fatto che sulla Terra sia emersa l’intelligenza è frutto probabilmente di un ambiente estremamente variegato e fortemente competitivo, in cui le diverse forme di vita hanno dovuto ricorrere a stratagemmi continuamente nuovi, innescando una corsa agli armamenti che ha catalizzato la costruzione di cervelli (e non solo). Ma questo vale per qualsiasi altro risultato dell’evoluzione, dai denti, agli occhi, al veleno…
Esiste una straordinaria quantità di forme di vita che abitano il nostro pianeta da qualche miliardo di anni senza il bisogno di un cervello (e dunque di un’intelligenza), perfettamente adatte e non meno evolute di un delfino e una grossa scimmia. Ad esempio virus e batteri, che sembrano passarsela piuttosto bene alla faccia del linguaggio, del pollice opponibile e della presunta superiorità di un primate con un QI altissimo, in grado di costruire osservatori spaziali, ma che rischia la morte se viene punto dalla zanzara sbagliata.

Approfondimenti

Quante civiltà extraterrestri?
Human-like intelligence is not a convergent feature of evolution (PDF)

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