Le donne sono scarse in matematica, guidano male e non sanno leggere le cartine

Nonostante i tanti traguardi raggiunti con fatica in tema di diritti, ciò che rimane ben radicato in una società che fatica a scrollarsi di dosso la matrice androcentrica, è l’immaginario collettivo secondo il quale alcune capacità sarebbero precluse al genere femminile per sua stessa natura.

Ma si tratta davvero di banali luoghi comuni? E se anche fossero solo stereotipi culturali, sono anche necessariamente falsi?
Guardando i risultati dei test di ammissione ai college americani degli ultimi 40 anni si direbbe non solo che lo stereotipo è vero, ma ha anche dimensioni molto marcate.
I dati parlano addirittura di una superiorità maschile generalizzata nella maggior parte delle facoltà accademiche, che non si limita alla tradizionale preferenza per le discipline scientifiche e tecnologiche, ma copre anche quelle umanistiche.

Probabilmente la selezione sessuale da una parte, con il suo sproporzionato investimento in termini di costi sostenuti per la riproduzione e la genitorialità, e la ripartizione dei ruoli sociali dall’altra, hanno prodotto biologicamente una diversificazione funzionale tra il cervello femminile e quello maschile.
Alle ragazze piace chiacchierare, i ragazzi preferiscono i fatti.
Le ragazze si appassionano alla poesia, i ragazzi allo sport.
Le ragazze si prendono cura degli altri, i ragazzi sono portati alla competizione.
Insomma, due sessi, due cervelli.

Una risposta a questa stereotipata dicotomia è stata formulata nella teoria di empatia-sistematizzazione, secondo la quale gli individui possono essere distribuiti in base al loro quoziente di empatia (QE), ovvero la capacità di capire lo stato emotivo degli altri e rispondervi adeguatamente, e al loro quoziente di sistematizzazione (QS), ovvero l’abilità di riconoscere schemi ed elaborare modelli.
La curva che ne risulta disegna uno spettro in cui le femmine ottengono punteggi più alti di QE, mentre i maschi si classificano meglio come QS, confermando l’idea che le prime ci sappiano fare con le persone (e con le relazioni), mentre i secondi siano più abili con l’utilizzo di oggetti.

Questo bias di genere non si riscontra solo nella nostra specie.
Cuccioli di scimpanzé, lasciati liberi di giocare, dimostrano come i maschi prediligano giocattoli di tipo “meccanico” (come camion e costruzioni), mentre le femmine giochi di tipo “relazionale” (come bambole e peluches).

E’ plausibile che l’evoluzione abbia favorito le diverse capacità e lo sviluppo di preferenze specifiche allo scopo di essere adulti più competenti: madri amorevoli e maschi competitivi.
E’ improbabile però che pressioni così basilari volte a migliorare la fitness dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori, possano davvero essere le sole responsabili di abilità tanto complesse e variegate. Così come è improbabile che apprendimento, educazione, cultura e gli stimoli ambientali cui ciascuno è costantemente sottoposto non abbiano influenza sullo sviluppo di capacità cognitive e sul modo di accrescerle.
La domanda giusta allora non è se il cervello femminile sia biologicamente predisposto ai risultati in talune abilità e non in altre, ma quanto questa predisposizione sia davvero determinante.
O, se vogliamo, quanto siano determinanti fattori esterni.

Siamo portati a credere che le nostre performance, mentali e fisiche, abbiano a che fare esclusivamente con le nostre capacità. Una serie di esperimenti invece racconta una storia diversa.

I punteggi dei test per studenti bianchi e neri con esito simile in condizioni di controllo possono subire variazioni notevoli. Quando gli studenti, prima del test, vengono invitati a fornire dati personali, tra cui il gruppo etnico, i risultati dei bianchi migliorano leggermente, mentre quelli dei neri peggiorano drasticamente.

Ragazze asiatiche ottengono punteggi migliori nelle prove di matematica quando viene attivata la loro identità etnica (asiatica) e peggiori quando si fa riferimento all’identità di genere (femmina).

Sottoponendo ad un test difficile ragazzi e ragazze dotati allo stesso modo per la matematica, la performance delle ragazze è risultata inferiore rispetto alla loro effettiva capacità media, ma di fronte ad un secondo test più semplice hanno ottenuto risultati equivalenti a quelli maschili.

Questi casi ci dicono che la presunta superiorità o inferiorità nelle varie discipline non è imputabile direttamente a capacità mentali degli individui, e mostrano come i risultati possano subire variazioni importanti quando misurati in contesti differenti.
La spiegazione di queste oscillazioni va ricercata in fattori psicologici di cui spesso siamo noi stessi i responsabili.

In primo luogo il priming, ovvero l’esposizione ad uno stimolo (visivo, uditivo…) in grado di condizionare inconsciamente il comportamento di una persona.
E’ sufficiente vedere alcune parole scritte perché il nostro cervello crei un’immagine mentale che la nostra memoria associativa sfrutterà come ancora influenzando inconsapevolmente i nostri comportamenti.
Ad esempio, i soggetti cui vengono fatte leggere parole come “calvo”, “ruga”, “smemorato” risentono di un prime legato al concetto di anzianità. Invitati a percorrere un tratto di strada, risulteranno, loro malgrado, più lenti.
C’è da chiedersi dunque se l’esposizione continua agli stereotipi (di genere, etnici…) non dia luogo ad un priming culturale i cui effetti a lungo termine convergono in quella che è definita minaccia dello stereotipo.
In una società che propone l’immagine della donna come poco avvezza ai numeri, alla scienza e alla tecnologia, le donne potrebbero aver subito un ancoraggio alla prevista performance negativa, e interiorizzato lo stereotipo.

Un secondo aspetto potrebbe avere a che fare con la maggiore influenza negativa che una situazione di pressione emotiva genera nelle donne rispetto agli uomini.
Situazioni vissute come più difficili, o più stressanti, sembrano avere esiti fallimentari sulle capacità mentali femminili, sia che lo stato di ansia sia percepito in prima persona, sia che venga trasmesso da un insegnante, da un genitore o dai media.

Probabilmente nel cervello femminile non c’è nulla che impedisca alle ragazze di essere brave in matematica, ma la naturale propensione ad essere creature emotive le condanna a prestare troppa attenzione ai luoghi comuni.

 

Approfondimenti

Stereotipi di genere: la matematica non è roba da donne
Le tabelline? Roba da femmine
Stereotypes found to affect performance on standardized test
Negative stereotypes make women worse at maths
Math is Hard! The effect of gender priming on women’s attitudes
Think Like a Man: Effects of Gender Priming on Cognition
Quoziente di empatia e sistematizzazione
Study shows gender bias in science is real
Darwin’s sexual selection theory best explanation for gender differences

 

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