Surrogati affettivi: l’amore che non ha bisogno di persone

Alcuni bambini mostrano verso il ciuccio un attaccamento molto forte, a volte addirittura morboso, tanto che per i genitori diventa un problema convincerli, una volta cresciuti, ad abbandonarlo. Cos’è davvero il ciuccio per il bambino e perché produce un effetto così profondo? Ad essere rilevante non è la forma o la sua dimensione simbolica, il fatto cioè che rappresenti la figura materna, ma è l’atto stesso di succhiare ad evocare il calore della relazione. Poco importa che il ciuccio sia un semplice oggetto di gomma, il suo potere psicologico deriva dalla sensazione che è in grado di provocare nella mente del bambino. Ciò che viene sostituito non è la presenza della madre, ma il piacere che quella presenza produce.

Dal ciuccio si passa ai pupazzi di peluche o ai bambolotti, e anche in questo caso si può innescare un legame che va ben oltre il rapporto con un oggetto. Perché un orsetto di peluche è meglio di un ciuccio? Perché la gamma di interazioni che è in grado di suggerire è più ampia e copre uno spettro maggiore di sentimenti legati alla sfera affettiva, dalla protezione alla complicità con un amico, anche se immaginario.

Ciucci, peluches, bambole, animali da compagnia, personaggi delle serie televisive. Per tutta la vita ci circondiamo di surrogati su cui riversare una fame bulimica di relazioni affettive.

Il mio cane mi capisce meglio di chiunque altro

Le persone che vivono con un cane o un gatto conoscono bene l’intensità del legame che si instaura con lui e che viene alimentato di giorno in giorno nel gioco, negli spazi condivisi, nei gesti. La maggior parte considera il proprio animale da compagnia un membro a pieno titolo della famiglia ed alcuni arrivano a trattarlo come un figlio.
E’ convinzione comune che gli animali a volte siano dotati di più umanità degli esseri umani, in quanto a rispetto, fiducia, sincerità. Se da un lato è vero che un cane è profondamente sincero e trasparente nelle sue espressioni, va pure considerato che si comporta così semplicemente perché non può fare diversamente. La sua natura lo ha programmato per rispondere con una comunicazione non ingannevole perché non ha codificato l’inganno nel suo protocollo di comunicazione.
Questa osservazione non ci dice granché a proposito del cane, ma ci dice molto riguardo il nostro modo di interpretare la relazione. Non è tanto l’animale in sé, ma è il rapporto stesso ad essere umanizzato.

Talvolta la difficoltà a relazionarsi con altri esseri umani può spingere a cercare negli animali il conforto affettivo che si fatica a trovare in società. In questi casi l’amore è in realtà un fantoccio necessario a trasferire i bisogni relazionali su un sostituto che, per sua natura, si presta ad un rapporto a senso unico. L’antropomorfizzazione a tutti i costi, sia essa nei confronti di un cane o di un peluche, rivela la necessità di ritrovare altrove la dimensione umana in una forma strumentale e dittatoriale nella misura in cui è assente un reale confronto. Come conseguenza ne deriva un affetto semplificato e a basso costo in quanto sgravato da qualsiasi tensione o delusione dell’aspettativa.
Amare il proprio cane è incredibilmente facile perché da un lato le sue esigenze relazionali sono limitate, dall’altro non ha modo di esprimere la propria valutazione su di noi. E’ come cimentarsi in un compito senza che nessuno abbia la facoltà di dire se stiamo facendo bene o male. L’autovalutazione è sempre positiva.

Tendiamo ad idealizzare una relazione affettiva modellandone la forma in modo da ricalcare il modello relazionale che utilizziamo con le persone, semplicemente perché è l’unico che conosciamo e che possiamo adottare in risposta ad una interazione.
La costruzione di un rapporto ideale è gratificante poiché permette di attribuirgli qualità che non possono essere smentite.

Madri di pezza e figli di silicone

Nel controverso esperimento di Harlow alcune scimmiette prematuramente separate dalla madre venivano lasciate in una gabbia con la sola compagnia di un sostituto materno artificiale. Le scimmiette, fortemente traumatizzate dall’assenza della relazione affettiva con la madre, andavano a ricercarla nel surrogato che meglio potesse rispondere alle esigenze affettive di un cucciolo. Preferivano rimanere abbracciate ad una sorta di madre di pezza soffice e riscaldata, piuttosto che ad un freddo telaio di metallo, nonostante quest’ultimo potesse fornire del cibo. La fame di relazione si rivelava più forte di quella di nutrimento, ed il successo della madre surrogato dipendeva da quanto fosse morbida, calda e non statica, in pratica da quanto le sue caratteristiche ricordassero quelle di una madre vera.

Dalle madri ai figli surrogato. Si chiamano reborn e sono riproduzioni incredibilmente fedeli di bambini, che ad una prima occhiata risultano davvero indistinguibili rispetto ad un neonato vero. Sono realizzati in silicone, con capelli veri, il peso di un infante di pochi mesi e dettagli sorprendenti come l’arrossamento della pelle. Per chi volesse qualcosa di ancora più realistico si possono acquistare degli optional inquietanti, come un aggeggio che simula il battito del cuore e un altro che riproduce il respiro, con tanto di movimento del petto.
Queste bambole hanno un costo che va da qualche centinaio di euro a svariate migliaia. Perché qualcuno dovrebbe pagare migliaia di euro per un bambolotto? Perché il prezzo non è il valore economico dell’oggetto, ma il valore del bisogno psicologico che quell’oggetto è in grado di colmare, e che nessun’altra bambola può fare.
Ad acquistare queste bambole non sono bambine, ma quasi sempre donne adulte che non hanno potuto o voluto avere figli o che per qualche motivo ne sono state private, e che hanno proiettato su un surrogato il loro istinto materno. Le loro testimonianze ci dicono due cose semplici, ma importanti: che la presenza dei bambolotti semplicemente soddisfa un bisogno affettivo, e che ci riescono bene perché sembrano bambini veri.

Allo stesso modo delle madri sostitutive di Harlow per le scimmiette, il ciuccio, il peluche, il bambolotto e gli animali da compagnia sono per noi surrogati affettivi equivalenti tra loro nella funzione di soddisfare una fame di relazione, ma con un richiamo psicologico differente e tanto più grande quanto più è aderente alle nostre aspettative il loro modello di comunicazione.

L’empatia iperattiva

La capacità di coinvolgimento emotivo da parte degli esseri umani nei confronti di altre specie o addirittura di surrogati artificiali può essere il prodotto di una sorta di iperattività dell’empatia. L’evoluzione sembra avere configurato la soglia di attivazione dell’empatia ad un livello molto basso, forse perché in questo modo si producono risposte di accudimento molto più frequenti rispetto a risposte di indifferenza o aggressione.
Il nostro cervello è strutturato con un vero e proprio circuito dell’empatia che in condizioni normali permette di sintonizzarsi sui bisogni dell’altro, comprenderne lo stato emotivo e mentale, rifletterne le sensazioni provate.
Siamo creature empatiche per natura e non possiamo farne a meno, nemmeno quando ci commuoviamo o spaventiamo davanti ad un film, pur sapendo che si tratta di finzione. La risposta emotiva non può essere disinnescata con la consapevolezza o la ragione.

L’empatia negli esseri umani non si limita ad altri esseri umani, ma è talmente sviluppata da produrre una risposta generalizzata di fronte a specie diverse dalla nostra, anche se non in modo indiscriminato.
Per quale motivo ci riesce più naturale entrare in sintonia con un cane, un gatto, un cavallo e non con un piccione? Non è questione di intelligenza, una cornacchia o un polpo hanno cervelli raffinati ma di sicuro non vincono il premio simpatia. E non è neanche questione di familiarità, un lemure è per molti sconosciuto ma riscuote a prima vista sicuramente più successo di una mosca.

Se, come si diceva, da un lato a fare la differenza è il tipo di comunicazione, l’altro fattore chiave è l’aspetto. Tutto ciò la cui forma ricorda gli schemi espressivi tipici della nostra specie e che sia quindi compatibile e riconducibile al nostro modello biologico di riferimento, suscita in noi una sensazione di affinità.
E’ sufficiente che un animale abbia un paio di occhi o di zampe in più o proporzioni che si allontanano dal prototipo per annullare totalmente l’empatia nei suoi confronti.
Al contrario tratti somatici e movimenti tipici dei cuccioli di mammifero (e non solo) attivano immediatamente il riconoscimento di un pedomorfismo irresistibile.

Generalizzando si riesce a scorgere nel cervello umano una tendenza innata ad individuare altre fonti di intelligenza. Aspetto e comunicazione sono in realtà indicatori che rivelano la presenza di un individuo dotato di un cervello che interagisce, sente, prova emozioni e magari pensa. Da questo punto di vista il circuito dell’empatia oltre a fornire risposte emotive adeguate al mondo che ci circonda e che quindi può richiedere un’azione da parte nostra, agisce anche come una lampadina interna che si accende in presenza di un’altra forma di vita senziente.

Un pallone per amico

Nel film Castaway c’è una scena molto significativa. Chuck Noland, naufragato su un’isola deserta, recupera un pallone dal mare e vi disegna con la propria mano insanguinata un’impronta che ricorda un volto. Da quel momento il pallone viene battezzato Wilson.
Verso la fine del film Chuck, nel tentativo di lasciare l’isola a bordo di una zattera, perde Wilson che cade in mare e tenta disperatamente di recuperarlo, senza riuscirci. Lo spettatore che ha vissuto in modo empatico la visione del film non trova assurdo che Chuck metta a rischio la propria vita per salvare un pallone. Quando capisce di non farcela, piangendo gli grida ripetutamente “Scusami Wilson…”.
Chuck non è diventato pazzo, non è in preda ad allucinazioni, sa perfettamente che quello è solo un pallone. Nei 4 anni di solitudine sull’isola, Wilson rappresenta l’unico amico con cui parlare, l’unico punto di contatto con un’umanità da cui è stato forzatamente separato. Il rapporto con Wilson tiene in vita la sua capacità di relazionarsi, e questo Chuck lo sa bene. Non sta cercando di salvare un pallone, ma l’ultimo frammento di umanità che quel rapporto surrogato è in grado di garantire.

La capacità di creare relazioni affettive non è dipendente da chi o cosa abbiamo di fronte, ma è una caratteristica della nostra mente in rapporto alle emozioni che riesce a suscitare. Produciamo amici, compagni, madri, figli, soggetti con caratteristiche di persone, anche quando di fronte non abbiamo davvero una persona, ma un animale o un oggetto.

Cosa succederebbe allora se avessimo a che fare con un robot dotato di un’intelligenza artificiale in grado di parlare con noi e comprenderci? Quali sarebbero i sentimenti che susciterebbe se riuscisse ad interpretare e rispondere meglio di altri ai nostri bisogni di relazione? Potremmo diventare amici? O amanti?

Approfondimenti

Sull’esperimento di Harlow

La natura dell’amore: l’esperimento di Harlow
Le scimmiette del Dottor Harry Harlow e l’amore materno

Sugli animali d’affezione

Why people care mode about pets than other humans
Why Do Adult Dogs Become Like Human Children to Owners?

Sull’empatia

The Evolution of Empathy
Empatia, attaccamento e cura dell’altro

Sul fenomeno Reborn

Bogus baby boom: Women who collect lifelike dolls
My fake baby [VIDEO]

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