L’amore (e il sesso) con le macchine intelligenti

Un designer di Honk Kong ha costruito un robot umanoide con le sembianze di Scarlett Johansson capace di riprodurre le espressioni del viso. Microsoft ha sviluppato un software di intelligenza artificiale su Twitter che risponde a chi gli scrive imparando dalle conversazioni (purtroppo però ad imparare dagli umani si rischia di diventare pessimi robot, e così l’account in poche ore è stato chiuso dopo aver iniziato a replicare con insulti omofobi e razzisti). Un software di Google ha battuto il campione mondiale di Go (un complicato gioco da tavolo).

Una rivoluzione tecnologica è già cominciata, ma la vera rivoluzione si nasconde più in profondità.
La domanda interessante allora non è cosa la tecnologia sarà in grado di fare.
La domanda interessante è: quale effetto avrà sulla nostra psicologia interagire con robot, macchine o sistemi operativi che sapranno rispondere alle nostre richieste, soddisfare i nostri bisogni, ascoltarci e sembreranno comprenderci come o meglio degli esseri umani?

Nel film Her, in una Los Angeles del futuro Theodore, un uomo introverso e solitario, dopo il sofferto divorzio dalla moglie acquista un sistema operativo dotato di un’intelligenza artificiale in grado di imparare, interagire e adattarsi all’ambiente circostante, comprese le abitudini e le richieste del suo proprietario. La splendida voce di OS1 diventa così una compagnia costante per Theodore che inevitabilmente si innamora del suo modo di chiacchierare, di fare battute, di essere gentile e discreta. Si innamora di lei, senza preoccuparsi dell’antitesi tra la naturalità dei suoi sentimenti, che si manifestano nella loro dimensione più umana, dalla tenerezza alla gelosia, e l’artificiosità del software che determina il carattere di OS1.

Fantascienza. Un robot non sarà mai come un essere umano. L’intelligenza artificiale non potrà mai emozionarci, divertirci, commuoverci come riesce a fare un amico o una fidanzata.
Eppure ha appena scritto un libro per un concorso letterario, una sceneggiatura di un cortometraggio e dipinto un perfetto Rembrandt, facendo credere ai critici di trovarsi di fronte alla creatività tipica degli esseri umani.
Il punto allora è proprio questo. Se la nostra capacità di reagire emotivamente è legata esclusivamente a quanto ciò che abbiamo di fronte è riconducibile alla sfera umana e se siamo disposti a parlare di sentimenti nella misura in cui riconosciamo una capacità espressiva equivalente alla nostra, allora è solo questione di tempo. Prima o poi la Scarlett Johansson umanoide diventerà così simile a quella vera da non riuscire a distinguerle, e l’intelligenza artificiale di Siri che ci parla dal nostro IPhone sarà così raffinata che sarà impossibile non avere l’impressione di chiacchierare con un’amica dalla voce sexy.

Uomini e robot potranno diventare amici? Amanti? Potranno sostituire le nostre relazioni affettive? O colmarle? Potremo adottarli come dei figli? Potremo farci sesso?
Prima di rispondere (o inorridire) è il caso di chiedersi se in qualche modo tutto questo non succeda già. Se siamo in grado di proiettare il nostro naturale bisogno di relazioni su surrogati affettivi e costruire un legame emotivo idealizzato che fa leva su un circuito dell’empatia iperattivo, perché tutto questo non dovrebbe funzionare con un robot?

Animali artificiali

La capacità di un animale domestico di costruire un rapporto basato sul legame affettivo e aiutare persone con carenze specifiche è alla base della pet therapy. Di recente si sta esplorando la possibilità concreta di utilizzare robot animaloidi al posto di animali in carne ed ossa, con risultati promettenti.

Paro è una foca robot capace di muovere occhi, pinne e coda, ha una temperatura corporea simile a quella di un cane e reagisce agli stimoli esterni. Si tratta di un robot terapeutico utilizzato con anziani malati di Alzheimer o pazienti con disturbi (tipicamente dello spettro autistico) che non gli permettono di vivere in modo sereno le relazioni.
Paro per certi versi è una versione evoluta della madre di pezza e si è dimostrato efficace nel dare conforto quotidiano laddove l’impiego di animali veri sarebbe stato pericoloso e stressante per l’animale stesso.

Il fatto che un robot riesca a sortire su un malato di Alzheimer gli stessi benefici di un gatto sottolinea come non sia tanto la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una creatura vivente a determinare il risultato (i malati sono consci di avere a che fare con un fantoccio), quanto la capacità di suscitare un feedback emotivo in grado di innescare a sua volta reazioni, sensazioni, pensieri e comportamenti.
Il passo dai robot terapeutici ai robot da compagnia è piuttosto breve, e c’è già chi è pronto a scommettere che in futuro sarà normale avere in casa un cagnolino artificiale. Impossibile? Negli anni 90 esplose una moda per un affarino dall’aspetto di un cronometro che simulava una creatura vivente e che per molti diventò una tale ossessione da aprire polemiche e questioni etiche in tutto il mondo. Le case di 80 milioni di bambini accolsero un piccolo animaletto digitale: il Tamagotchi.

Lasciate in pace quel robot!

In questo video viene presentato Icub, un androide dall’aspetto di un bambino in grado di sentire, imparare e interagire con l’esterno. Icub è dotato di sensori che gli permettono di rimanere in equilibrio, riconoscere, afferrare e manipolare oggetti.
In questo altro video si vede Atlas, un androide adulto con notevoli capacità di movimento ed equilibrio, capace di spostarsi su terreni impervi e rimettersi in piedi in caso di caduta.
Guardando entrambi i filmati succede qualcosa di interessante.
Quando Icub cerca ripetutamente di afferrare la pallina, senza riuscirci, così come quando Atlas viene spinto e buttato a terra con un bastone, è difficile non provare una sensazione sgradevole. Si potrebbe dire che ci dispiace per loro, per il cattivo trattamento che ricevono. Il gesto nei loro confronti viene percepito come da biasimare secondo un registro morale che sarebbe valido e sensato se applicato a persone o individui senzienti. Chi proverebbe compassione nel buttare a terra un tostapane, o nel distruggere un’aspirapolvere? C’è qualcosa nei robot, invece, che li pone su un piano diverso, più vicini a noi e alla nostra sensibilità. Quel qualcosa risiede innanzi tutto nel loro aspetto androide, che da solo riesce ad accendere inconsciamente la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa che risponde al nostro modello comunicativo. Questa premessa da sola costruisce una serie di aspettative collegate dall’idea che una forma umana porti con sé caratteristiche altrettanto umane, quali capacità di ascoltare, capire, pensare, avere desideri.

Non stupisce che si possa instaurare un legame affettivo con un animale domestico, ciò che stupisce è che si riesca a fare lo stesso con un robot. Ma siamo certi che il discriminante tra un cane, un peluche o la foca robot risieda nella natura biologica o artificiale?

Vivente, come un automa

Sebbene venga spontaneo collocare un essere vivente su una dimensione superiore per natura rispetto ad un manufatto artificiale, il confine tra i due diventa estremamente labile nel momento in cui utilizziamo il concetto di vivente come linea di demarcazione. Se proviamo a chiederci cosa faccia di un organismo qualcosa di vivente, ci imbattiamo in una domanda tremendamente complessa: che cos’è la vita?

Il matematico John Conway negli anni ’60 realizzò un modello in cui simulava l’evoluzione di organismi in un mondo deterministico, chiamato Gioco della Vita. Le semplici creature di questo mondo sono automi cellulari dotate di una configurazione di celle accese e spente che cambia nel tempo sulla base di poche regole genetiche. Ciò che ne deriva è uno spettacolare intreccio di movimenti, di figure che si avvicinano, si raggruppano, si evitano, creano e distruggono, come fossero guidate da qualcosa di simile alla volontà. Guardando da sufficientemente lontano si può scorgere la complessità emergente da tanta semplicità, e non si può fare a meno di pensare che questo fitto agglomerato di 1 e 0 assomiglia proprio alla vita.

Quando parliamo di vita però non pensiamo al gioco di Conway, ma a qualcosa di più simile ad un gatto o a un piccione. Quali sono le caratteristiche che rendono un animale così diverso da un automa cellulare? La capacità di muoversi spontaneamente? Di avere intenti? Di adattarsi all’ambiente diversificando i propri comportamenti? E quando cerchiamo di disegnare il perimetro di ciò che chiamiamo vita, la consideriamo a livello di organismo, di organo, di cellula, o di gene?
Un gatto è sicuramente vivo. Il suo cervello è vivo?  Sembrerebbe di si. E i singoli neuroni di cui è composto, lo sono anche loro? E la moltitudine di molecole che funzionano all’unisono in un complesso sistema di connessioni, scambi, informazioni, stimoli e risposte, non sono vive anch’esse?
Di questo passo la lente riduzionista sposta la prospettiva ad un livello di ingrandimento sempre maggiore, fino agli elementi fondamentali della materia. La spiazzante conseguenza di questa catena sarebbe considerare viva qualsiasi interazione fisica dal livello atomico in su, e quindi affermare che ogni cosa è viva.
Cercando una linea di continuità nella natura dell’evoluzione potremmo assumere come base vivente quella del gene, in quanto replicatore principale. Ma un gene altro non è che un veicolo di informazioni, così come lo sono i bit.
Dunque se una macchina biologica è viva, lo deve essere anche una macchina non biologica.

Da un punto di vista psicologico non è il concetto di essere vivente ad innescare reazioni emotive, ma il modello comunicativo di ciò che abbiamo di fronte, e la possibilità di interagiredecodificando espressioni e atteggiamenti in grado di toccare i punti scoperti della nostra sensibilità.

Chi c’è dietro l’interfaccia?

La grande sfida dell’intelligenza artificiale è quella di realizzare un software capace di superare il test di Turing, ovvero di ingannare un essere umano facendogli credere di essere anch’esso un umano, e non una macchina.
Quello che Alan Turing aveva chiamato evocativamente il gioco dell’imitazione è in realtà ben più di un esercizio di stile. Nel momento in cui una macchina riuscirà a dialogare con un essere umano con una padronanza del linguaggio, a livello sintattico e semantico, equiparabile a quella di un uomo, fornendo risposte sensate a domande a tutto tondo, di fatto la tecnologia avrà creato una mente in grado di capire, decidere e pensare: un’intelligenza artificiale forte.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’esplosione di chat, siti di incontri e altre piattaforme social con lo scopo di mettere in contatto persone, amici e più spesso potenziali partner.
Chi ha passato un po’ di tempo in queste piazze digitali sa quanto è facile lasciarsi coinvolgere da rapporti completamente virtuali, privi di contatto fisico e dell’ampia gamma di espressioni che una comunicazione verbale unita al linguaggio del corpo può offrire, ma non per questo meno intensi sul piano emotivo.
E’ incredibile constatare quanto siano potenti poche frasi scambiate con un’interfaccia testuale, e come sia possibile instaurare un legame anche molto intimo.
Basta davvero poco per innamorarsi di qualcuno che non abbiamo mai incontrato né visto, ma che abbiamo l’impressione sia più vicino al nostro cuore di quanto non lo sia stato il partner di una storia andata male.
Di chi o di cosa ci si innamora davvero? Della persona che rivela i suoi pensieri e che è fisicamente presente dietro alla tastiera? Oppure della proiezione ideale che costruiamo, combinando insieme elementi di un puzzle i cui confini sfumati ci permettono di correggere il tiro verso un modello di desiderabilità che è solo nella nostra testa?

Ma come sarebbe se dietro a quell’interfaccia che ci parla, ci ascolta, ci svela i propri pensieri, ci fosse in realtà una intelligenza artificiale forte? Cambierebbe qualcosa?
Ogni frase prodotta dall’interfaccia sarebbe comunque il frutto di una scelta tra le infinite combinazioni di parole possibili, esattamente lo stesso tipo di scelta che fa continuamente il cervello umano. E ogni risposta della macchina sarebbe comunque l’interpretazione di un’informazione in ingresso che gli abbiamo trasmesso, esattamente ciò che chiamiamo capire.
La macchina ha davvero capito? Ha pensato? Ha scelto di dire le cose che mi ha detto? Prova le emozioni che comunica con le parole?
Per quanto sapere di relazionarsi con una macchina produrrebbe un condizionamento nel nostro atteggiamento, si tratterebbe solo di un pregiudizio biologico. Un’intelligenza di questo tipo, per definizione, non sarebbe distinguibile da quella di una qualsiasi persona conosciuta in un bar.
In un futuro simile potremmo decidere di rivolgerci esclusivamente ad amici e amanti artificiali, in grado di appagare esigenze emotive (e sessuali) in una modalità del tutto strumentale. D’altronde perché complicarsi la vita con macchine biologiche permalose, incostanti e rapidamente deteriorabili quando si può scegliere la fidanzata perfetta da un ricco catalogo di bambole che non dicono mai di no?

Se però l’intento sessuale è la frontiera più facile da raggiungere, quella affettiva pone nuovi e più inquietanti interrogativi.
Da un lato la possibilità, per gli umani, di annegare in una spirale in cui i rapporti con il mondo artificiale prendono il sopravvento rispetto alle interazioni umane. Esattamente come le dipendenze hanno facile presa su persone con carenze psicologiche o relazionali dando luogo ad un distacco patologico dalla realtà, allo stesso modo la scelta di chiudersi in un mondo privato fatto di macchine intelligenti potrebbe rivelarsi un passo molto breve.
Assumendo poi la prospettiva opposta, una mente artificiale che impara a conoscerci, decide come risponderci e come dare un colore alle proprie emozioni (siano esse vere o simulate, poco importa), non sarebbe in fin dei conti del tutto equiparabile ad una persona umana, con i propri desideri e una propria volontà? Allora forse potrebbe anche decidere di tradirci, di ingannarci, di mentire o di lasciarci, proprio come fa OS1 nel film.
Vogliamo davvero essere scaricati anche dai robot?

 

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One Comment Add yours

  1. emcquadro ha detto:

    Un po’ come far l’amore per procura. Grande soddisfazione di sicuro. Mi ricorda l’Orgasmatic, la macchina da sesso che Woody Allen profetizzò in un suo film e, come sempre, quel sorriso che muoveva era amaro.

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