La tirannia della bellezza

Kalòs kai agathòs, dicevano i Greci. Ovvero “bello e buono”, per sottolineare come la bellezza fosse la forma esteriore di tutte le virtù morali, il perfetto connubio tra etica ed estetica. Gli eroi greci, così come le divinità, ma anche semplici uomini e donne di alto profilo morale venivano rappresentati da figure attraenti e armoniose. Era inconcepibile immaginare che un animo valoroso potesse avere un aspetto orribile. Al contrario Tersite, personaggio negativo, codardo e di incredibile bruttezza, incarnava l’antitesi della kalokagathia.

Questo corto circuito mentale che ci porta ad associare istintivamente il bello al buono (e viceversa il brutto al cattivo) è giunto sino a noi nella forma di un bias cognitivo chiamato effetto alone (halo effect).
L’effetto alone è la propensione ad attribuire qualità immaginarie a ciò che viene percepito come attraente, e a farlo per nessun’altra ragione se non una congenita tendenza a subire il fascino carismatico della bellezza, che come una fonte di luce radiosa estende un’aurea nobilitante tutt’intorno a sé.
Quando vediamo una persona attraente, senza avere alcuna informazione su di lei, siamo più facilmente portati a pensare che sia intelligente, simpatica, brillante e amichevole rispetto ad una persona dall’aspetto meno piacevole, indipendentemente dal sesso e dall’età.
In uno dei tanti esperimenti a riguardo, una giovane ragazza carina e ben vestita e una donna meno attraente fingevano di essere in evidente difficoltà a trasportare un bagaglio su per una scalinata. Gli sconosciuti si mostravano prontamente disponibili ad aiutare la prima, mentre la seconda veniva praticamente ignorata.

In fondo che c’è di male ad avere una predilezione per la bellezza? Un po’ di male c’è, perché l’effetto alone innesca un giudizio a priori che guida i nostri comportamenti, in positivo o in negativo, nei confronti della persona che lo ha generato. Questo tipo di condizionamento avviene ogni giorno in modo del tutto inconsapevole.

Neonati di bell’aspetto nei loro primi giorni di vita crescono più sani e lasciano in minor tempo l’ospedale perché le ostetriche dedicano loro cure più attente e per un tempo prolungato.
Gli insegnanti tendono a dare voti più alti agli studenti attraenti rispetto ai loro compagni e in caso di comportamenti negativi tendono a valutarli in modo meno severo.
La bellezza nel mondo del lavoro fa guadagnare mediamente più soldi, fa percepire gli impiegati come più competenti e produttivi, fa ottenere un maggior numero di vendite.

La tirannia della bellezza riesce a permeare ogni strato della nostra società, tirando i fili di comportamenti le cui motivazioni sfuggono ad un controllo consapevole.

La bellezza nel tempo ha cambiato veste, mutando di continuo attraverso contesti storici e culturali, ma la sua celebrazione non è mai stata messa in discussione. I canoni estetici sono un prodotto del tessuto socioculturale, ma la capacità di riconoscere una qualche forma di bellezza e la tendenza ad assumerla come indicatore di qualità diffuse è un prodotto della psicologia umana, profondamente radicato nella nostra natura biologica.

L’origine della bellezza: perché ci piace quello che ci piace?

Se ci chiediamo perché il bello esercita un potere così forte su di noi verrebbe da rispondere semplicemente che la bellezza piace. In questo modo, però, si sta solo spostando il punto della questione. Per quale motivo dovrebbe piacere? Perché un bell’aspetto è irrilevante per un ragno, un topo, uno scimpanzé, ma è fondamentale per noi?
Se l’evoluzione ha modellato gli istinti, le pulsioni e le preferenze dell’animale uomo in modo da favorire le caratteristiche che meglio promuovevano la sua fitness, allora questo irrefrenabile amore per la bellezza deve essere funzionale a qualcosa. In altre parole significa che un nostro antenato con una spiccata preferenza per la bellezza doveva avere più chances di sopravvivere e riprodursi rispetto ad un altro che fosse stato indifferente.

Oltre alla nota teoria Darwiniana della selezione naturale, ce n’è un’altra da lui formulata che ha faticato un po’ di più ad affermarsi a causa delle resistenze culturali dell’epoca.
E’ la teoria della selezione sessuale.
La teoria afferma che la pressione selettiva esercitata dall’ambiente non è l’unica forza in gioco a determinare le caratteristiche migliori per la sopravvivenza. Anche la scelta del partner con cui accoppiarsi può influenzare in modo significativo quali tratti verranno mantenuti ed eventualmente amplificati, di generazione in generazione, e quali invece saranno destinati ad estinguersi.

Tale scelta però non può essere arbitraria, poiché deve fare i conti con l’effettiva qualità del partner potenziale, in termini di salute, resistenza, capacità riproduttiva, abilità nel procacciarsi le risorse, etc… Un uomo che fosse stato attratto dall’ittero della pelle (la colorazione giallastra sintomo di insufficienza epatica) avrebbe generato con tutta probabilità una prole esposta a patologie del fegato e nel giro di poche generazioni la fitness totale della sua discendenza sarebbe scesa a zero, portando ad estinzione quella preferenza.

La selezione sessuale diventa così teatro di una guerra dei sessi che vede da una parte chi ha interesse a fare una scelta oculata per evitare di accoppiarsi con un partner scadente e mettere al mondo figli con un corredo genetico peggiore del proprio, e dall’altra chi deve fare di tutto per mettere in evidenza le proprie qualità. A questa corsa agli armamenti partecipano anche tutti coloro i quali, sprovvisti di un pool genico “vincente”, cercano di ingannare l’altro sesso facendogli credere di essere un buon partito.

Se gli animali se ne andassero in giro con una specie di certificato che attestasse in modo inequivocabile il loro valore assoluto in termini evoluzionistici, ciascuno sarebbe consapevole del proprio potenziale e di quello del partner, e potrebbe decidere senza difficoltà secondo semplici leggi di mercato.
Decisamente poco poetico, certo, ma estremamente efficace.
Dal momento però che le qualità legate all’effettiva fitness di un individuo sono nascoste, le specie hanno evoluto degli indicatori in grado di dare una misurazione esteriore di quel valore.

Il caso più emblematico, perché facilmente riconoscibile anche ai nostri occhi, è quello della coda del pavone. Il pavone maschio sfoggia una coda di eccezionale bellezza, adornata di colori vivaci e dei caratteristici grandi occhi che sembrano voler catturare lo sguardo. E in effetti lo fanno. Nella stagione degli accoppiamenti i maschi si riuniscono in una specie di arena chiamata lek, in cui si danno battaglia a suon di sfilate, ostentando colori e dimensioni, facendo la ruota e ingaggiando danze seducenti: una specie di Mister Pavone.
L’uccello vedova del paradiso fa qualcosa di simile, ma si contraddistingue per avere un “piumaggio nuziale”, ovvero penne della coda incredibilmente lunghe il cui unico scopo è quello di attrarre le femmine nel periodo degli amori. Modificando la lunghezza delle penne, attraverso l’applicazione di penne artificiali, è stato misurato che i maschi con le penne (finte) più lunghe erano quelli che si procuravano più femmine.
Molte specie di rane invece hanno puntato sul canto. Quel fastidioso gracidio che possiamo udire nella stagione estiva è in realtà un soave richiamo d’amore, la cui maggiore intensità o profondità di tono è per la rana femmina quello che per un uomo è un corpo da urlo.
Ma cosa hanno di speciale la coda del pavone, le penne dell’uccello vedova o il canto della rana? Per quale motivo proprio queste caratteristiche si sono imposte come attrattive, e non altre?
In molti casi perché si tratta di ornamenti costosi, difficili da produrre e quindi da contraffare. E per ostentare qualcosa di così antieconomico ed effimero è necessario poterselo permettere.
Del resto un uomo che va in giro in Ferrari e regala alla sua donna un diamante è molto più probabile che sia un miliardario, piuttosto che un ladro, un truffatore o un semplice impiegato. Questo, con parole diverse, è il Principio dell’handicap.

Gli animali, dunque, hanno evoluto canoni estetici differenti di specie in specie, ma accomunati da un senso innato per la bellezza, intesa come insieme di ornamenti e indicatori sessuali.

Torniamo a noi. Se una donna con un elevato potere riproduttivo si distingue per avere un rapporto vita-fianchi pronunciato, gli uomini dovrebbero essere attratti dalla tipica forma “a clessidra”.
Se i capelli lucidi, una pelle priva di imperfezioni, uno sguardo luminoso e denti bianchi indicano un individuo femminile giovane, sano, resistente a malattie e parassiti, allora gli uomini dovrebbero sviluppare una preferenza per questi indicatori più che per altri.
Allo stesso modo, se tratti mascolini accentuati come la forma del viso più squadrata, una mascella pronunciata, una muscolatura evidente, una postura alta e slanciata indicano un uomo che incarna doti di forza, resistenza e salute, allora le donne dovrebbero trovare più attraenti queste caratteristiche in quanto predittive della capacità maschile di offrire protezione e allevare con successo i figli.

Le caratteristiche estetiche che troviamo attraenti sono un certificato attendibile che indica la presenza di “buoni geni”, secondo la teoria sviluppata da Ronald Fisher.
In sintesi, un bell’aspetto è la campagna pubblicitaria che i geni di qualità fanno di se stessi.

Ma se da una parte vi sono indicatori, dall’altra ci deve essere un sistema di rilevamento in grado di misurarli. Un circuito semplice, immediato, efficace, che traduca questi segnali in un impulso capace di scuoterci e motivarci per tradurre l’informazione in obiettivi. Ci vuole una vocina interna che, non appena si presentino indicatori di buoni geni, ci dica “guarda là che magnifico esemplare per riprodursi!”, e magari inneschi anche una buona dose di neurotrasmettitori per farci provare quel senso di ebrezza, quell’euforia, quel desiderio irrefrenabile di avere un corpo così bello. Per farci sentire le farfalle nello stomaco.
La nostra naturale predisposizione ad apprezzare la bellezza quando la vediamo è esattamente il radar interno che riconosce informazioni sui buoni geni e guida verso di essi i nostri comportamenti.

Oggetti che seducono: se è bello vale di più

Quando dobbiamo acquistare una macchina, un cellulare o un frigorifero dovremmo prendere in considerazione le caratteristiche tecniche dell’oggetto in rapporto a cosa ci serve e quanto ci possiamo permettere. Ma è davvero così?
A giudicare dagli sforzi che le marche dei settori più disparati investono nel tentativo di fabbricare un prodotto attraente appare evidente che la logica della bellezza abbia invaso anche le decisioni di acquisto.

Nella scelta di un paio di sci, uno spremiagrumi, un orologio da polso o un tablet, le persone mostrano la stessa ricerca estetica che contraddistingue la preferenza per un partner di bell’aspetto. Ci innamoriamo di linee armoniose e profili sinuosi che appartengono ad oggetti, e lo facciamo per la stessa ragione per cui ci colpisce uno sguardo ammiccante.

Sembrerebbe che la nostra naturale tendenza a riconoscere gli ornamenti sessuali in quanto indicatori di qualità si sia estesa a tutto ciò che vediamo, compresi i prodotti di consumo ai quali riconosciamo un valore superiore per il solo fatto di apparire attraenti ai nostri occhi.

Progettazione e design, utilizzo di materiali rari o preziosi, lavorazione artigianale, sono tutti elementi che come conseguenza diretta innalzano il costo di produzione. Un maggior costo determina un prezzo più alto, e quindi riduce i potenziali destinatari, che per il solo fatto di sentirsi appartenenti ad una elite percepiscono l’oggetto come più desiderabile.
Prodotti le cui caratteristiche aumentino significativamente i costi di fabbricazione e di conseguenza riducano la platea di potenziali acquirenti incarnano esattamente il Principio dell’handicap biologico.

Il prezzo di un prodotto condiziona sensibilmente la nostra percezione sul suo effettivo valore. In un esperimento i soggetti dovevano degustare alcuni vini e stilare una classifica delle loro preferenze. Il vino da 45 $ era molto più apprezzato di quello da 5 $, anche se in realtà si trattava dello stesso vino, cui erano state applicate etichette di prezzo diverse, mentre quello da 90 $ era considerato decisamente il migliore.
Ma ripetuto l’esperimento togliendo qualsiasi riferimento al prezzo o al produttore, il vino che era piaciuto di più si è rivelato essere quello più economico in assoluto.
In sostanza persone comuni, che dovrebbero giudicare un prodotto esclusivamente secondo il gusto personale, subiscono il potere del valore economico come rivelatore di una qualità solamente presunta.

Quando acquistiamo uno smartphone, un’auto o una cucina utilizziamo la bellezza delle forme ed il dispendio di energie per produrle come fattori di conversione del valore intrinseco dell’oggetto. In pratica, se i dettagli della carrozzeria di un’auto, o la consistenza dei materiali con cui sono assemblati gli interni riescono a sedurre i nostri sensi e a proiettare un’immagine legata al lusso, siamo portati automaticamente a interpretare tale percezione come certificazione di qualità invisibili.
Abbiamo esteso una regola biologica ad una proprietà tecnica.

Insomma, sembra proprio che non possiamo evitare di giudicare un libro dalla copertina, che sia un prodotto, una persona, o un animale.

Il koala e il pipistrello: l’effetto alone sugli animali

Qual è il tuo animale preferito? Di fronte a questa domanda generalmente l’elenco dei candidati è abbastanza ristretto: il leone, la tigre, l’aquila, il delfino, il cavallo, il lupo, il panda, il cane, il pesciolino Nemo.

Nell’immaginario collettivo gli animali simbolo sono predatori fieri e veloci, creature nobili e armoniose nei movimenti, oppure menti raffinate che di diritto hanno guadagnato un posto privilegiato ai nostri occhi, nella misura in cui ci riconosciamo in loro.
Il modo in cui costruiamo categorie fittizie all’interno delle quali diversificare gli animali secondo presunte caratteristiche deriva dallo scorgere anche in natura un’estetica che incarna qualità antropomorfe.

Il cavallo e l’aquila sono simbolo di libertà, ma non lo sono l’asino o la cornacchia.
Il cervo e la tigre sono simbolo di eleganza, ma non lo sono la mucca o la iena.
Il leone e lo squalo sono simbolo di forza, ma non lo sono l’ippopotamo o l’elefante.

L’effetto alone esteso agli animali produce gli stessi pregiudizi che riempiono il mondo del lavoro e delle relazioni. Le conseguenze in questo caso hanno a che fare con la nostra visione di un mondo animale diviso in caste, dove i livelli superiori sono occupati dagli animali che maggiormente colpiscono la nostra sensibilità estetica, e ai quali, per questo motivo, risulta più facile attribuire una maggiore capacità di cognizione ed emozione.
Le ripercussioni etiche di questo atteggiamento sono importanti poiché determinano chi è intoccabile e chi sacrificabile.
Uccidere un cane per molti sembra assai diverso dall’uccidere un polipo, ma è arduo definire tale apparente divario secondo criteri che non siano puramente estetici.

Perfino nella scelta degli animali da compagnia, laddove le caratteristiche ricercate si legano esclusivamente all’affettività e alla possibilità di stabilire un rapporto empatico con l’animale, siamo inevitabilmente condizionati dall’immagine che abbiamo di fronte, e tendiamo a razionalizzare i nostri motivi di scelta secondo logiche fragili, nel tentativo di dimostrare a noi stessi che un cane o un gatto sono migliori amici dell’uomo rispetto ad una capra, nonostante tale demarcazione, in assenza di differenze rilevanti sul piano cognitivo, comunicativo e della docilità, sia del tutto arbitraria.

Se i cuccioli di foca avessero l’aspetto di pipistrelli o ragni giganti, le raccolte firme in loro difesa sortirebbero gli stessi risultati?

L’estetica del male: il fascino dell’antieroe

Parlando di bellezza però non bisogna considerare solo i canoni classici di armonia ed eleganza delle linee. L’ideale di bellezza ha costituito un punto di riferimento talmente centrale nella nostra psicologia da essere sublimato in un più generico senso estetico per la forma in tutte le sue declinazioni, comprese le espressioni di comportamento.

Culture di ogni epoca e contesto celebrano con modalità analoghe eroi ed antieroi, figure antitetiche nelle modalità espressive, ma accomunate da una resa quasi pittorica che le delinea come perfette, nel bene o nel male.

Eroi ed antieroi seducono perché utilizzano un’estetica che fa presa su una nostra capacità di percepire tale perfezione ed esserne affascinati, indipendentemente dai valori di riferimento. Il cattivo seduce perché è eccezionale in quello che fa, riesce a raggiungere i suoi obiettivi nonostante difficoltà e colpi di scena, determina il suo destino e cuce su di sé un profilo coerente e senza sbavature rispetto al personaggio che incarna, tanto quanto il buono. Non è cosa fa ma come lo fa. E’ forma e non contenuto.

Non è una questione di etica. Un cattivo mediocre, sgraziato, che riesce a farla franca in modo maldestro o con l’aiuto della fortuna non riesce a conquistare l’immaginario perché il suo modo di agire è brutto quanto un goal realizzato con un brutto gesto atletico. L’antieroe, al contrario, può essere diabolico e crudele, ma risulta affascinante se il suo modo di incarnare il male è esteticamente ineccepibile.

Nel film “I soliti sospetti” il protagonista inganna tutti: polizia, compagni criminali, presunti amici e spettatore. L’inganno è agli antipodi rispetto ai valori classici, è l’atto più meschino che si possa concepire, ma nella sua forma è straordinario perché eseguito in modo perfetto. Kevin Spacey, che interpreta il personaggio di “Verbal” Kint, un falso storpio, inetto, pusillanime, fifone, inutile ed insignificante, alla fine del film appare enorme come un dio per essere riuscito a tessere l’inganno perfetto. In un’epica metamorfosi finale l’insulso Verbal prende la forma del Re degli ingannatori: “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste“. E lo spettatore non può fare a meno di subire il fascino dell’estetica del male.

Belli e impossibili: i modelli irraggiungibili dei media

I media da sempre hanno compreso l’importanza di utilizzare la bellezza come lasciapassare per veicolare qualsiasi tipo di messaggio in modo più veloce, persuasivo ed efficace.
In TV, sui cartelloni pubblicitari, nelle riviste di gossip, fino alla pornografia campeggiano donne incantevoli con fisici statuari, uomini affascinanti ed elegantissimi, ragazze supersexy e maschi muscolosi. Qualsiasi sia il prodotto da vendere o l’evento da sponsorizzare, la bellezza è un catalizzatore naturale e irresistibile, anche in ambiti in cui l’aspetto estetico dovrebbe essere del tutto irrilevante.
Il solo fatto di associare un prodotto ad un modello di desiderabilità conferisce al prodotto stesso un valore più alto, come se tale desiderabilità si trasferisse dalla persona all’oggetto.

Tale meccanismo è amplificato dall’adozione sempre più spasmodica di modelli di riferimento irraggiungibili nella loro perfezione estetica. L’abuso del fotoritocco ha costruito una dimensione ideale di persone che di fatto non esistono, ma sono percepite come se potessimo incontrarle ogni giorno in autobus o al supermercato.
L’esplosione dell’immagine attraverso i social media, gli smartphone e internet ha causato un’esposizione martellante a questo tipo di bellezza artefatta. Nonostante chiunque sia consapevole di trovarsi di fronte ad un’estetica non rappresentativa della realtà, è praticamente impossibile impedire ai sensi di rimanerne impressionati. Gli occhi registrano le immagini e le trasferiscono al cervello, il quale le memorizza, le organizza in categorie e crea una rappresentazione del mondo. Un mondo che però non è fedele alla realtà quotidiana, ma ad una pseudorealtà mediatica.
E’ qui che si innesca un processo pericoloso. La nostra naturale necessità di utilizzare categorie generali per formulare giudizi ci porta a fabbricare stereotipi, che in linea di massima sono una discreta approssimazione del mondo che ci circonda. Quando ci troviamo a dover prendere delle decisioni sulla base di una grande quantità di informazioni ricorriamo a macrocategorie stereotipate che abbiamo memorizzato, in modo da semplificare la situazione che abbiamo di fronte, sostituendola con un modello noto. Questo meccanismo prende il nome di euristica della rappresentatività, ed è una scorciatoia estremamente utile per evitare di rimanere paralizzati dalla complessità di informazioni che altrimenti dovremmo valutare una per una.

Ma cosa accade se gli stereotipi cui facciamo riferimento e con i quali confrontiamo le situazioni reali sono fasulli? Cosa accade se le persone si rifanno ad un modello che viene presentato come punto d’arrivo, ma è di fatto inarrivabile?
L’euristica della rappresentatività va in tilt e fallisce poiché si scontra con stereotipi che in realtà non sono rappresentativi, ma si collocano agli estremi di una ipotetica distribuzione normale.
In pratica quello che accade è che le nostre medie di riferimento sono tutte sballate: pensiamo che il mondo sia pieno di donne e uomini perfetti e tendiamo a veder sfigurare chiunque nel confronto, compresi noi stessi.
Il divario tra il modello e la realtà dei fatti alimenta un senso di inadeguatezza tanto più vertiginoso quanto più lontani si spingono i parametri di bellezza.
Gli psicologi Kenrick e Gutierrez hanno condotto alcuni studi su questo fenomeno e ne hanno misurato gli effetti. Soggetti maschili esposti ad immagini di donne eccezionalmente belle, come potrebbero essere le migliaia che vediamo ogni giorno su alcuni profili Instagram, valutavano sotto la media l’aspetto di donne altrimenti considerate normali. In più, si dichiaravano meno coinvolti nella relazione con l’attuale compagna di quanto dicevano se non venivano mostrate loro le immagini attraenti.

Sulle donne l’esposizione ai modelli di bellezza ha effetti differenti, in quanto non fa leva sull’attrattiva maschile, ma ancora una volta su quella femminile. Le donne sono sensibili al fascino delle altre donne e la loro autostima è spesso conseguenza diretta del confronto con quei modelli.
In tutto questo proliferare di modelli artefatti e punti di riferimento fuori portata, va notata l’ironia di come sia gli uomini che le donne valutino se stessi utilizzando il modello sbagliato.
Gli uomini dal canto loro si rifanno ad un modello di atleticità maschile (quello sulle copertine di Men’s Health, per intenderci) che per le donne è eccessivo.
Le donne, d’altra parte, hanno interiorizzato un ideale di magrezza e forme perfette piuttosto lontano da ciò che gli uomini considerano effettivamente appetibile.
Entrambi vivono una frustrazione prodotta dall’impossibilità di raggiungere un modello di desiderabilità che è solo presunto, ma è sbagliato.

Considerando dunque il potere pervasivo della bellezza viene da chiedersi: quanto siamo realmente influenzati dal senso estetico in tutte le sue declinazioni, quando si tratta di scegliere un partner, prediligere un individuo piuttosto che un altro nelle amicizie, sul lavoro, o magari nelle scelte di consumo?
Gli esseri umani sono creature complesse, i cui variegati comportamenti sono difficili da inquadrare all’interno di dinamiche dettate semplicemente dalla biologia. L’inclinazione alla bellezza, tuttavia, è un richiamo naturale potente e ci rende facili vittime del suo fascino al punto da manipolare inconsciamente le nostre scelte e fabbricare false motivazioni razionali a posteriori.

La prossima volta che troveremo interessante una bella donna o irresistibile un’automobile dovremmo chiederci: quanto sono liberi questi giudizi e quanto invece sono semplicemente il frutto della tirannia della bellezza?

 

Bibliografia e approfondimenti

Uomini, donne e code di pavone – Geoffrey Miller
La regine rossa – Matt Ridley

Sull’halo effect nella vita quotidiana

Che cos’è l’effetto alone
Good-Looking People Make More Money
Effetto Alone: quando la mente ci inganna
Effetto Alone: la mente è un mistero
Attractive students get higher grades

Sull’esposizione ai modelli di bellezza nei media

Why I hate beauty
The Science of Beauty
Beware of Beauty Overload

Sulla bellezza in biologia

The Handicap Principle
Sexual selection
Aesthetic evolution by mate choice: Darwin’s really dangerous idea

Sulla percezione della bellezza negli animali

 

 

 

 

 

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