Gli alieni ci stanno snobbando?

Si calcola che nell’universo ci siano qualcosa come 100 miliardi di galassie. E ogni galassia abbia centinaia di miliardi di stelle, ognuna col suo bell’orticello di pianeti e pianetini. Tra questi fantastiliardi di pianeti ogni tanto ce n’è qualcuno che ha le carte in regola per ospitare la vita. Moltiplicati per tutti i sistemi solari e per le galassie possibili, dovremmo avere un’infinità di pianeti pullulanti di creaturine. Eppure fino a qui di alieni nemmeno l’ombra. Allora dove si nascondono tutti quanti?
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Questo, in parole povere, è il Paradosso di Fermi, al quale cosmologi, fisici, matematici, biologi e un po’ tutti gli scienziati hanno da sempre cercato di dare una risposta che per adesso è ancora un mistero.
Per stimare la possibilità di incappare in vita extraterrestre l’astronomo Frank Drake formulò un’equazione che tiene conto, tra le altre cose, del numero di pianeti sui quali si potrebbe formare la vita, della possibilità che si sviluppi effettivamente vita intelligente, e che questa abbia gli strumenti tecnologici per comunicare con noi, oltre che una certa dose di buona volontà. Semplice, a parole.
Il grosso problema dell’equazione di Drake sta nel fatto che ogni variabile al suo interno è un numero ipotetico. Il risultato dunque può essere drasticamente diverso a seconda che le ipotesi fatte sui parametri siano ottimistiche o pessimistiche.
Le risposte al paradosso di Fermi sono molte e variegate, ma ce ne sono tre che hanno qualcosa in comune, e che hanno a che fare con il nostro modo di pensare.
La prima sembra banale: l’universo è molto, mooooolto grande.
C’è il nostro sistema solare, che fa parte di una galassia, la Via Lattea, che fa parte di un gruppo locale, che fa parte di un ammasso di galassie, il superammasso della Vergine. Ecco, di superammassi come il nostro che ne sono milioni!
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Immaginate di essere creature talmente piccole che in proporzione l’intera via Lattea sarebbe contenuta nel centro di Roma. Dovreste camminare con minuscoli passettini fino in Cina per raggiungere una delle galassie più vicine, e sareste ancora all’interno del gruppo locale. Alla domanda “dove sono gli alieni?”, la risposta potrebbe essere semplicemente: fuori.
Fuori dal gruppo locale, fuori dal nostro superammasso, in luoghi così remoti da non poter essere raggiunti nemmeno con le sole comunicazioni, nè ora nè mai.
E poi c’è il fattore tempo. Se condensiamo l’intera storia dell’universo in un anno, collocando il Big Bang all’inizio del 1 gennaio e il presente alla fine del 31 dicembre, la comparsa di Homo Sapiens verrebbe registrata più o meno 7 secondi prima del brindisi di capodanno.
Mettersi in contatto con altre forme di vita allora significa anche farlo nello stesso momento, un po’ come se due persone in due stanze diverse dovessero premere un pulsante entro 7 secondi l’uno dall’altro avendo a disposizione un anno intero. Un po’ fortuita come possibilità, vero? Del resto gli alieni potrebbero essere vissuti in un qualsiasi istante di questo anno ipotetico ed essersi già estinti.
Infine c’è un dubbio che alcuni biologi hanno insinuato nell’intero ragionamento. Siamo proprio sicuri che la vita evolva necessariamente verso l’intelligenza tecnologica? Siamo sicuri, cioè, che con un po’ di pazienza dal brodo primordiale si giunga in un modo o nell’altro a qualcosa di simile ad una intelligenza umana?
Forse no. Forse l’intelligenza non è quella che si definisce una caratteristica convergente dell’evoluzione. In fondo solo una specie su qualche milione ha sviluppato un’intelligenza in grado di costruire la tecnologia necessaria per le comunicazioni interstellari, tutte le altre ne hanno fatto bellamente a meno, e stanno benissimo così.
Di motivazioni, spiegazioni e risposte al paradosso di Fermi ce ne sono tante altre, ma queste hanno come comune denominatore una visione antropocentrica dell’universo che fatica a considerare la nostra specie, la nostra storia evolutiva, il nostro tempo e il nostro spazio solo come una di miliardi di diverse possibilità.
Non possiamo fare a meno di ritenerci significativi, nonostante tutti i numeri ci dicano che siamo insignificanti.
I percorsi della vita là fuori potrebbero essere talmente differenti da risultare impossibili da collocare all’interno della nostra concezione stessa di vita e di universo. Come possiamo pensare allora di comunicare con qualcosa che nemmeno riusciamo ad immaginare?

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