Gli animali non sono cattivi. Ma neanche buoni

Gli animali uccidono, e non lo fanno solo per mangiare.
Uccidono per difendersi dai predatori o semplicemente da chi potrebbe arrecare un danno alla propria casa o ai propri piccoli. Uccidono individui della propria specie per ottenere la supremazia sul territorio e su ciò che contiene, femmine comprese. Si coalizzano contro un maschio dominante per detronizzarlo e salire nella scala gerarchica. Ingaggiano vere e proprie guerre contro altri gruppi. Praticano lo stupro nei confronti di partner non consenzienti.
Insomma, si potrebbe dire che tutto sommato gli animali sono violenti per motivazioni molto simili alle nostre: sesso, potere, risorse. 

Dobbiamo quindi pensare che sotto sotto gli animali sono cattivi quanto noi? Non proprio.
Sebbene la natura abbia “denti e artigli rossi di sangue“, gli animali in genere preferiscono risolvere le cose con le buone.

L’aggressione è una strategia molto costosa in termini di dispendio di energia e rischi potenziali. Per questo motivo viene evitata e messa in atto solo quando non è possibile fare altrimenti. In tutti gli altri casi è preferibile una risoluzione dei conflitti che non arrivi al contatto fisico, ma si limiti a ostentare una presunta superiorità o che simuli il confronto con prove di forza ritualizzate, ma senza danni significativi.
In molte specie i maschi si sfidano nel lek, una specie di arena dei gladiatori in cui ciascuno esibisce il proprio valore, mentre le femmine, palette alla mano, giudicano i migliori che diventeranno i futuri partner sessuali. Il confronto non ha nulla di cruento (e spesso non vi è alcun contatto), assomiglia di più ad una concorso di bellezza.

Alci, cervi, stambecchi e altri cornuti prendono la cosa un po’ più seriamente. Quando c’è da eleggere il più prestante ingaggiano uno scontro fisico durissimo, che spesso però si conclude non appena uno dei due ha mostrato all’altro di essere più forte, molto prima che le cose si mettano veramente male.


A volte sono sufficienti i caratteri morfologici come segnale di pericolo per mettere in guardia eventuali avversari. Lo sanno bene il clamidosauro e il Neoclinus blanchardi. Il primo è un lucertolone dotato di una specie di collare elisabettiano, il secondo un pesciolino del pacifico con una bocca gigante. Entrambi sfruttano l’effetto delle dimensioni per intimidire gli avversarsi, forti del fatto che spesso più grande significa più danni.

E se state pensando “che ci sarà mai da spaventarsi davanti ad una lucertola o ad un pesce?”, adesso ve li faccio vedere. 

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A volte non è nemmeno necessario che i due contendenti si incontrino. Molte specie sono solite marcare il territorio con modalità sia olfattive che visive. Questo genere di indizi sono pensati in modo da fare intendere che chi li ha lasciati è grosso, e quindi meglio girare al largo. Il Grizzly che gratta la corteccia degli alberi, oltre che lasciare il proprio odore, incide visivamente un segnale il più evidente possibile per dare un’idea delle proprie dimensioni a chi si trovasse nei dintorni.
Insomma, la natura possiede un ricco campionario di escamotage per non arrivare alle mani. 

Gli animali non esibiscono tali comportamenti perché sono più caritatevoli o più buoni.
Lo fanno semplicemente perché gli conviene, in quanto tali strategie sono migliori in termini di fitness rispetto a quella di essere degli irrefrenabili attaccabrighe.
Il combattimento e tutto quello che porta con sé, dal cibo necessario per essere in forma, al ferimento, fino all’uccisione, va inquadrato all’interno di una logica di costi / benefici che comprende da una parte i vantaggi derivanti dal successo in uno scontro, dall’altra il rischio di pregiudicare la propria vita, e soprattutto la possibilità di riprodursi. 

Questo non significa che cervi, orsi e pesci vari pianifichino a tavolino una condotta di politica estera calcolando quale sia l’atteggiamento più vantaggioso da tenere.
Per capire come funziona bisogna smetterla di pensare in termini di individuo che compie delle scelte, e spostare l’attenzione sul gene in quanto unità fondamentale della vita, di cui il comportamento è un’espressione fenotipica e programmata. 

prairie-dogs-fightingPer semplificare, immaginiamo che i cani della prateria, ad esempio, si dividano in due tipologie di comportamento: i fifoni e gli aggressivi.
In un faccia a faccia gli aggressivi vanno all’attacco e non mollano finché non battono l’avversario (o si fanno seriamente male). I fifoni invece tagliano la corda.
Ovviamente quando un aggressivo incontra un fifone l’esito è facilmente intuibile.
Ma cosa succede quando un aggressivo incontra un altro aggressivo o due fifoni si spaventano a vicenda e battono in ritirata?
Dal momento che il bilancio dei confronti si misura in termini di cibo, sicurezza, possibilità di procreare, e quindi in fin dei conti incide sulla fitness totale, entrambe le strategie alla lunga si dimostrano poco efficaci. La prima perché ha costi troppo alti, la seconda perché ha benefici troppo bassi.

Generazione dopo generazione i geni ancora in corsa saranno quindi quelli che hanno promosso i comportamenti più solidi nel bilancio finale degli scontri, il cui equilibrio è dato da soluzioni intermedie (fingo di essere più aggressivo di quello che sono) e una distribuzione mista delle strategia.
Non è quindi l’individuo a scegliere come conviene comportarsi, ma è il corso dell’evoluzione a produrre strategie evolutivamente stabili.

La Teoria dei Giochi applicata all’evoluzione è il modello che permette di capire per quale motivo alcuni comportamenti risultino migliori di altri, come nel caso del gioco Aquila – Colomba presentato sopra in modo semplificato. Da questo punto di vista un patto di non aggressione può essere visto come una strategia win-win.

Sarebbe presuntuoso pensare che i comportamenti dell’animale homo sapiens prescindano del tutto da queste dinamiche.
Durante la nostra evoluzione le logiche di aggressività, dominanza, competizione devono essere passate attraverso lo stesso filtro che ha selezionato i comportamenti di tante specie filogeneticamente vicinissime a noi.
E’ verosimile che sia la violenza sia l’empatia e la cooperazione siano entrambi schemi radicati nella nostra biologia in quanto strategie evolutivamente stabili. L’uomo sarebbe quindi naturalmente buono e contemporaneamente naturalmente cattivo, nella misura in cui entrambe le attitudini risultano vantaggiose in dinamiche sociali cooperative o competitive.
La cultura poi non fa che amplificare o inibire queste predisposizioni.

Game Theory, Evolutionary Stable Strategies and the Evolution of Biological Interactions
Il gioco del pollo

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