Martina dell’Ombra, opossum, virus e bufale. Ovvero l’arte dell’inganno

Il 5 febbraio 2014 su YouTube viene pubblicato un video che avrebbe dato inizio ad uno dei fenomeni più discussi di internet. La protagonista era Martina dell’Ombra, una ragazza della Roma bene che si presentava come futura candidata politica. Con argomentazioni a dir poco discutibili su tematiche delicate come immigrazione, lavoro, femminismo e con il suo fare snob, superficiale e classista ai limiti del grottesco non c’è voluto molto perché attirasse su di sé un distillato d’odio.

Dopo un po’ di tempo qualcuno ha iniziato ad ipotizzare che si trattasse semplicemente di un troll, un personaggio volutamente costruito per provocare reazioni inferocite da parte del web, cosa che evidentemente stava riuscendo benissimo.
Finché un articolo su Vanity Fair datato 5 ottobre 2015 svela definitivamente il mistero. Martina è in realtà Federica Cacciola, un’attrice siciliana, e il suo personaggio è una messinscena teatrale.
Ci sono voluti 20 mesi.

Da quel momento in poi ogni video di Martina è accompagnato da un sempre minor numero di insulti e un sempre maggior numero di commentatori che ridicolizza gli haters dicendo loro che si tratta di un semplice esercizio di recitazione o di un esperimento sociale, senza peraltro specificare quale sia il fine e le modalità di tale esperimento.

In realtà la prospettiva in cui inquadrare il fenomeno è molto più ampia, e non ha niente a che fare con la recitazione. Ha a che fare con la simulazione.
Per comprendere meglio di che si tratta possiamo analizzare il meccanismo nei due contesti in cui è utilizzato: quello biologico e quello artificiale.

Non mangiarmi, faccio schifo!

Il corriere americano è un uccelletto marroncino piuttosto scaltro che depone le proprie uova in un buco del terreno. Nonostante queste si mimetizzino abbastanza bene con l’ambiente, un predatore nelle vicinanze potrebbe procurarsi facilmente un pasto gratis.
Per evitare il disastro, il corriere americano quando avvista un pericolo si allontana dal nido fingendo di essere in difficoltà, zoppicando e lamentandosi come se avesse una zampa rotta. Il predatore, ingolosito da quello che crede essere un colpo di fortuna, si fionda verso l’uccellino, che al momento giusto spicca il volo.

L’opossum utilizza una strategia ancora più estrema, la tanatosi. Quando si sente minacciato da un predatore e non ha via d’uscita simula la sua morte. E lo fa in modo molto teatrale, con tanto di spasmi, coma, e lingua a penzoloni. Il macabro spettacolo spesso sortisce l’effetto di far desistere il predatore di fronte a quello che appare come un pasto abbastanza schifoso.

Molti insetti sfruttano un fenomeno denominato aposematismo, che consiste nel dare ai potenziali predatori un segnale evidente della propria tossicità, attraverso i colori sgargianti del proprio corpo. I predatori che sapranno riconoscere tale segnale verranno premiati dalla selezione e daranno vita a generazioni di predatori dotati dello stesso vantaggio.
Questo meccanismo ha dato luogo ad una strategia collaterale piuttosto efficace: il mimetismo batesiano. In pratica, una specie innocua come una farfalla adotta i tratti aposematici di una specie differente e realmente pericolosa, come una vespa, spacciandosi nei confronti dei predatori per chi non è.

Tutte queste strategie funzionano quando la simulazione raggiunge lo stato dell’arte.
Il bluff seleziona da una parte le vittime più brave a riconoscere le minime differenze tra il simulato e il simulante, dall’altra i truffatori che riescono ad essere più convincenti, attraverso un anello di feedback che innesca una corsa agli armamenti evolutiva.

Non ti fidar di loro

Ogni giorno centinaia di miliardi di email viaggiano da una parte all’altra della rete. La maggior parte di queste è spam, ovvero messaggi nocivi, fraudolenti o semplicemente indesiderati. I sistemi moderni sono dotati di filtri antispam, software che riconoscono la posta indesiderata e la cestinano automaticamente.
Come il leone e la gazzella, ogni mattina uno spammer sa che dovrà costruire un messaggio il più possibile verosimile rispetto a quelli contrassegnati come validi, camuffandone l’oggetto, il mittente e il contenuto. E ogni mattina un filtro antispam dovrà essere aggiornato in modo da aggiungere nuovi mittenti sospetti alle blacklist, e riconoscere tecniche di composizione sempre più sofisticate.
Spam e antispam si combattono con le stesse modalità di prede e predatori nella logica dell’inganno, in una corsa agli armamenti giocata da algoritmi.

I virus informatici fanno una cosa simile, ma in modo ancora più raffinato.
Un virus è di fatto un programma il cui intento è danneggiare il sistema, rubare informazioni, e in generale eseguire di nascosto operazioni contro la volontà del suo ospite, parassitandolo.
Per farlo però, è necessario che avvenga un contagio. La tecnica spesso utilizzata per infettare un computer è quella di nascondere un codice malevolo (malware) all’interno di un programma apparentemente innocuo, e a volte perfettamente funzionante per altri scopi.
L’utente ignaro dell’inganno scarica il software e lo esegue, dando inizio all’epidemia proprio come avviene con i virus biologici. E come per gli organismi biologici, anche i computer possiedono un software che funge da sistema immunitario. L’antivirus si comporta in modo analogo all’antispam, cercando di riconoscere le sembianze di un virus da quelle di un innocuo software qualsiasi. Poiché un software non può essere in grado di conoscere a priori il risultato dell’esecuzione di un altro software, il meccanismo di riconoscimento avviene esclusivamente sull’impronta del programma, un po’ come fanno i predatori quando devono distinguere il mimetismo tra la farfalla e la vespa osservandone l’aspetto.
Anche in questo caso virus e antivirus ingaggiano una battaglia evolutiva che vede alzarsi continuamente il livello di sofisticazione dell’inganno.

Anche l’informazione si traveste

Ma la vera corsa agli armamenti avviene tutti i giorni su un terreno più subdolo: quello dell’informazione.
Siamo abituati a pensare all’informazione come ad un elemento di consumo, il cibo che i nostri cervelli metabolizzano costantemente per tenersi al pari col mondo esterno.
Richard Dawkins per primo ebbe l’intuizione brillante di paragonarla agli organismi biologici. Al pari dei geni, i memi, ovvero i mattoni di cui l’informazione è costituita, si diffondono con meccanismi infettivi simili a quelli dei virus, replicandosi nei libri, nei media, e ovviamente nei nostri cervelli.
Da questa prospettiva l’informazione appare come una creatura che si muove, cambia, si trasforma passando attraverso quelli che sono i suoi veicoli: noi.
E come un organismo è anch’essa sottoposta ad una selezione operata dall’ambiente, che in questo caso è la nostra cultura, il grande sistema di idee che consente ad alcune di prosperare e impone ad altre l’estinzione.

E quale arena più prolifica dei social network, dove la portata di un contenuto e la possibilità di condivisioni istantanee dà luogo a vere e proprie pandemie?
Come in quello naturale, anche in questo ecosistema digitale i contenuti si sono evoluti adottando strategie sempre più raffinate per ottenere una migliore diffusione.
Non poteva mancare quindi la simulazione. Con una sorta di mimetismo batesiano, le notizie false sfruttano le caratteristiche che meglio fanno presa sulla nostra attenzione.
Una delle prime bufale planetarie è stata lanciata nel 2000 dal sito Bonsaikitten, che sosteneva di poter realizzare gattini miniaturizzati attraverso un processo che ne bloccava la crescita e gli faceva assumere la forma dei barattoli e contenitori di vetro in cui venivano chiusi. La trovata grottesca scatenò polemiche e reazioni furiose da tutto il mondo, compresa la stampa ufficiale.
Nonostante i quasi 20 anni passati, le bufale si sono moltiplicate fino ad infilarsi in tutte le nicchie informative, per essere condivise quotidianamente da utenti sprovveduti.

Alla luce di queste considerazioni possiamo finalmente rispondere in modo più organico alla domanda.

Chi è Martina?

Martina è la farfalla che finge di essere una vespa, è lo spam che infesta la nostra casella di posta, è una malattia autoimmune impossibile da debellare, è una bufala vivente.
Martina non è un troll, perché la sua provocazione non è indiscriminata, e non fa satira, poiché non si prende gioco di qualcuno nello specifico, ridicolizzandolo.
Martina si prende gioco di noi, e della nostra incapacità di discernere.

Se proprio vogliamo parlare di esperimento sociale, allora, le vittime dell’esperimento siamo tutti noi, e le modalità suonerebbero un po’ così: cosa succede se in un contesto sociale inserisco un individuo che simula una visione stereotipata estremizzandola? Fino a che punto posso spingermi affinché tale simulazione non venga smascherata?
Il successo dell’esperimento non si misura con la capacità recitativa dell’attrice, ma con il livello di verosimiglianza della simulazione, determinato da quante vittime ci cascano.
L’esperimento funziona perché da una parte lo stereotipo ricalcato esiste, è diffuso ed è difficilmente distinguibile dalla sua versione mimetizzata. Dall’altra perché il sistema di riconoscimento che dovrebbe attivarsi per smascherare il bluff, è carente.

Com’è possibile che in un sistema si riescano ad iniettare contenuti artificiali, sotto forma di idee di un personaggio fittizio, così palesemente grotteschi senza che i fruitori riescano a discernere il vero dal falso, il pericoloso dall’innocuo?
E’ un sistema immunitario delle idee che fa cilecca perché mancano gli strumenti logici, critici e culturali per difendersi.

Se non siamo in grado di distinguere le bufale dalle notizie vere, se abbiamo bisogno che Google e Facebook si occupino del fact checking al posto nostro, se la nostra capacità di analisi non ci permette di capire quando è il caso di indignarsi e quando di farsi una risata, saremo noi ad arrivare ultimi nella corsa agli armamenti evolutiva dell’informazione.

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