A cosa serve l’intelligenza?

Quando si parla di intelligenza animale siamo portati a considerare gli esempi che più si avvicinano al nostro modello di comportamento. Se però vogliamo capire qualcosa in più sull’intelligenza come fenomeno più ampio, dobbiamo spingerci verso specie lontane da noi, e cercare quali potrebbero essere i punti di contatto nella costruzione di cervelli funzionalmente simili nonostante problematiche così diverse.

Il corvo è uno di questi. Forse non avrà grandi chances in un concorso di bellezza tra le specie, ma dietro quell’aspetto non proprio attraente si nasconde un cervello straordinario.

I corvi sono bravissimi nell’uso di strumenti, anche quando quegli strumenti siamo noi. In alcune strade del Giappone, appollaiati sui fili elettrici, i corvi hanno imparato ad utilizzare le auto in corsa come schiaccianoci. Al momento giusto lasciano cadere una noce in modo che una macchina rompa il guscio passandoci sopra, per poi andare a recuperare il frutto pulito come al supermercato.

 

Se non vi stanno tanto simpatici evitate di mostrarvi aggressivi nei loro confronti perché, tra le altre cose, riconoscono e memorizzano i volti umani. E sembrano avere sufficiente memoria per legarsela al dito.
Non sarebbe nemmeno la prima volta vedere un corvo lanciarsi in picchiata contro un altro animale, anzi sembra che la cosa li diverta parecchio quando lo fanno nei confronti di predatori molto più pericolosi di loro: uomini, cani, aquile, lupi…

C’è un aspetto ancora più affascinante riguardo la mente dei corvidi: hanno paura della morte. Se vedono un uomo trasportare con sé il cadavere di un altro corvo vanno immediatamente in agitazione riconoscendolo come minaccia e danno l’allarme. Ma se il cadavere appartiene ad un piccione, la loro reazione è molto meno drammatica. Può sembrare un’ovvietà, eppure il concetto di morte è qualcosa di complesso per via della necessità di inquadrare l’evento e le sue ripercussioni nel tempo, di assimilarne l’irreversibilità, di comprenderne le differenze rispetto a condizioni apparentemente simili. Talmente complesso che generalmente sembra sfuggire, non solo alla maggior parte degli animali, ma anche ai bambini sotto gli 11 anni di età.

Sul piano psicologico i corvi non hanno solo una spiccata intelligenza sociale, ma sembrano possedere anche una teoria della mente, ovvero una capacità di astrazione che gli permette di immaginare il punto di vista di un altro individuo.
Se si accorgono di essere osservati da altri corvi fingono di nascondere il cibo nel luogo sbagliato, così da non essere derubati.
In pratica la facoltà di mettersi nei panni degli altri gli consente di attuare comportamenti ingannevoli.

La ghiandaia, una specie appartenente alla famiglia dei corvidi, è uno dei pochissimi animali che ha dato prove concrete di pianificazione. Dopo alcune sessioni di addestramento con del cibo posizionato solo in alcune stanze, questi uccelli previdenti avevano imparato a prelevarlo e metterlo da parte quando sapevano che il giorno dopo non ne avrebbero avuto. In altre parole, si preoccupavano della loro futura colazione.

L’altra intelligenza “improbabile” si nasconde nelle profondità degli oceani.

Sto parlando del cervellone degli abissi, il polpo. Le loro tecniche di caccia e difesa sono decisamente brillanti, ma i polpi si sono guadagnati un posto sotto i riflettori per un altro paio di trucchi interessanti: riescono a svitare il tappo di un barattolo e sono piuttosto bravi nell’evadere dagli acquari.

 

Dunque che cosa hanno in comune corvi, polpi, ma anche delfini ed elefanti con l’uomo? Un’intelligenza straordinaria, verrebbe da dire. Si, ma non solo. Soprattutto un’intelligenza fuori luogo, quasi sovradimensionata.
Per quale motivo un animale che non sembra avere esigenze di sopravvivenza così stringenti si ritrova con capacità cognitive tanto sofisticate?

Non è una novità che una specie abbia capacità mentali molto sviluppate, ma tali capacità sono in genere il frutto di un’intelligenza specialistica, in quanto prodotto funzionale a risolvere i problemi che quella specie si trova ad affrontare nel proprio habitat.
Eppure, diciamocelo, homo sapiens, non ha avuto certo bisogno della coscienza per superare le sfide che la sua storia evolutiva ha imposto. Così come il corvo non ha bisogno di una teoria della mente per essere adatto alla sua vita sociale, né il polpo ha necessità di svitare barattoli e usare strumenti per non diventare il pasto di qualche predatore marino.
Insomma, sembra che questo livello di sofisticazione sia un inutile surplus rispetto al concetto biologico di fitness.

Naturalmente il fatto che i cervelli di specie diverse siano comparabili sotto alcuni aspetti non significa che abbiano seguito lo stesso percorso evolutivo, tuttavia è lecito chiedersi che cosa li abbia portati fino a qui. Se l’ipotesi evoluzionistica sembra dare poche risposte, si può adottare una prospettiva sistemica.

Il cervello è quello che viene definito un sistema complesso, ovvero un insieme organizzato di elementi che interagiscono e retroagiscono, dando vita ad una struttura il cui grado di complessità è maggiore della somma delle sue parti. Una caratteristica di tutti i sistemi complessi è l’andamento non lineare, ma “a scalini”. All’aumentare della complessità interna non si registra un aumento diretto della complessità del sistema, poiché questo assorbe le fluttuazioni e rimane in equilibrio. Raggiunta però una certa soglia, avviene una rottura che fa passare il sistema dal suo attuale stato di equilibrio ad uno stato nuovo, posto ad un gradino superiore.
La cosa interessante è che maggiore complessità del sistema significa anche l’emergere di nuove caratteristiche che prima non c’erano, e che non è possibile desumere dai singoli componenti.

Per fare un’analogia, immaginiamo la compravendita tra due individui. Finché una manciata di persone acquistano e vendono prodotti si tratta di un semplice scambio di merci, determinato esclusivamente dai singoli componenti in gioco e il cui risultato è facilmente prevedibile. Quando però gli individui diventano milioni gli effetti delle singole operazioni ne influenzano a cascata delle altre, creando dinamiche complesse che si auto-organizzano, finché ad un certo punto si assiste a qualcosa che prima non c’era: il mercato.
Il mercato è un sistema complesso le cui proprietà non sono intrinseche delle singole transazioni tra due individui, ma il prodotto di un numero incalcolabile di enti economici indissolubilmente legati da anelli di feedback.
Il risultato non è un sistema caotico, ma qualcosa di organizzato che segue leggi proprie. Le logiche di mercato, le tendenze, i picchi e le depressioni, le mode, i boom che lo governano, anche se non predicibili, sono caratteristiche emergenti di un sistema in equilibrio dinamico.
Possiamo allora vedere i singoli neuroni come compratori e venditori, e le connessioni attraverso cui si scambiano ed elaborano segnali come le transazioni economiche.
I processi mentali di alto livello sarebbero quindi la versione cerebrale del mercato globale.

E’ possibile allora che la selezione abbia gradualmente aumentato il livello di sofisticazione della mente di queste specie, secondo le consuete logiche funzionali, e creando cervelli con una densità di connessioni sempre maggiore. Raggiunta però una soglia di complessità sufficiente sono emerse caratteristiche nuove, del tutto imprevedibili e non più strumentali.
Seguendo questa ipotesi allora è normale non trovare risposta quando ci chiediamo a cosa serva l’intelligenza del corvo, del polpo, o dell’uomo, poiché semplicemente non serve.
Non sarebbe un risultato funzionale, il prodotto evolutivo strumentale a superare un ostacolo ambientale, ma una caratteristica del tutto incidentale, l’effetto collaterale di
avere una concentrazione di neuroni così elevata.

 

Bibliografia

Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità – Alberto Gandolfi (2008)

Approfondimenti

Sull’intelligenza nei corvi
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