Tutto provoca dipendenza

Quando si parla di dipendenza il primo pensiero va alle droghe.
In America ci sono circa 15 milioni di persone con un problema di alcolismo, e quasi 1 milione dipendenti da cocaina. Ce ne sono però altre 20 milioni che combattono la loro dipendenza dietro ad uno schermo. Sono gli internet addicted.

La radice del problema non va cercata nell’alcool, nella cocaina o nella tecnologia. Va cercata nel nostro cervello.

Perché le droghe funzionano così bene?

Prendete l’orgasmo più forte che avete mai provato. Moltiplicatelo per mille. Neanche allora ci siete vicini.

Con queste parole Mark Renton, il protagonista del film Trainspotting, descrive la sensazione estatica dell’eroina.

Il meccanismo di funzionamento delle droghe è molto sofisticato. In pratica le molecole psicoattive simulano le caratteristiche di neurotrasmettitori prodotti naturalmente dal nostro organismo, come fossero una loro versione camuffata, e sortiscono gli stessi effetti.

Gli oppiacei, come l’eroina e la morfina, mimano la forma delle endorfine, le stesse che vengono rilasciate naturalmente a seguito di uno sforzo intenso, di forti emozioni, durante un rapporto sessuale o un parto. Il risultato è una sensazione di immediato benessere pari a quella di un analgesico.

Le metanfetamine, come l’ecstasy o la crystal meth, vanno ad agire sui recettori della serotonina, neurotrasmettitore prodotto, tra l’altro, in situazioni affettive quali il legame madre-figlio o l’innamoramento, e ne ostacola il riassorbimento. Come conseguenza di tutta quella serotonina liberamente in circolo si ottiene l’effetto di una incredibile euforia, accompagnata da una diminuzione dell’ansia e slanci emotivi verso gli altri.

L’alcool va ad agire sulla regolazione delle risposte inibitorie del sistema nervoso centrale,dei movimenti, della memoria e dell’apprendimento. L’assunzione provoca comportamenti disinibiti, perdita di lucidità e un effetto sedativo.

Le droghe hanno come comune denominatore un rilascio di dopamina, e la conseguente capacità di diventare irrinunciabili e rendere dipendenti.
La dipendenza provocata dagli stupefacenti, tuttavia, non è una caratteristica intrinseca della sostanza, come potrebbe esserlo la tossicità di un veleno, ma è conseguenza di un processo cerebrale. È insita nelle fondamenta del nostro cervello.

Questa considerazione ci consente di prendere in esame il panorama più ampio della dipendenza senza sostanze.

Il lato oscuro della gratificazione

I piccoli e grandi piaceri che ci circondano possono trasformarsi silenziosamente in pericolose fonti di dipendenza, e dare luogo a veri e propri disturbi del comportamento

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Di addiction ce n’è per tutti i gusti. Carbs addiction, la necessità di consumare dolci e junk food. Gambling addiction, la piaga del gioco d’azzardo. Porn addiction, l’irrefrenabile bisogno di materiale pornografico. Sex addiction, quando la sessualità è vissuta come un pensiero ricorrente. Workaholism, una sorta di alcolismo professionale. Shopping addiction, l’acquisto compulsivo. Fitness addiction, lo sport vissuto in modo ossessivo. Internet addiction, la più recente e dilagante dipendenza dalla tecnologia accompagnata all’ansia di essere disconnessi.

Che cosa accomuna questi comportamenti? Una deriva totalizzante che traghetta chi ne è affetto verso un’isola di benessere distaccata dalla terraferma di una quotidianità spesso percepita come insoddisfacente e claustrofobica.
Le fonti di piacere, siano esse un dolce, una slot machine, l’esercizio fisico o le notifiche sui social, seducono i nostri meccanismi neurali con dosi di gratificazione immediata e a basso costo che fungono da anestetico del mondo reale. Rilasciano una sensazione pervasiva di benessere che dice al nostro corpo di volerne ancora, ed istruisce il nostro cervello affinché ricerchi compulsivamente quel tipo di piacere.
La dipendenza genera periodi di depressione alternati a momenti di euforia, provoca aggressività, perdita di lucidità, porta a focalizzarsi in modo esclusivo sull’obiettivo che gratifica, lacera la sfera sociale, privata ed emotiva fino a distruggere totalmente la vita della persona addicted, come se questa venisse interamente risucchiata da un buco nero.
Solo cattive abitudini? Difficile dirlo. Il confine tra una dipendenza patologica e ciò che chiamiamo piaceri della vita, passioni o vizi è piuttosto sfumato, soprattutto nella zona d’ombra in cui un comportamento passa dall’essere solo eccessivo a disfunzionale.
Così come non è possibile stabilire il numero esatto di sigarette oltre al quale si può parlare di dipendenza da nicotina, allo stesso modo è complicato dire oltre quale soglia lo sport, il lavoro, l’uso dello smartphone o l’amore per la propria compagna diventino un problema.

Per motivi analoghi è difficile porre una linea di separazione tra le dipendenze propriamente dette e tutto ciò che, in quanto fonte di piacere, può trasformarsi potenzialmente in una ossessione, ma che nella maggior parte dei casi appare, a chi la vive, come qualcosa di piacevole e positivo.
Le manie ossessivo compulsive a collezionare bambole, pulire casa, recitare il rosario o allenarsi in palestra non sono qualitativamente differenti dall’abuso di sostanze.

Gli esseri umani sono disposti ad uccidersi per un’idea, a lasciarsi morire per amore, a perseguire obiettivi che fanno vacillare il concetto di istinto di sopravvivenza.

Il mondo delle idee ed i suoi prodotti mentali non sono sostanze fisiche, ma possono diventare ossessioni esattamente come cibo, sesso e cocaina, perché sfruttano la stessa leva della gratificazione.

Animalisti, tifosi di calcio, fashion victims, intellettuali, degustatori di vino, appassionati di serie TV, fanatici religiosi, atleti, innamorati, ognuno ha una droga personalizzata che funziona in modo molto simile allo zucchero o alla cocaina. Ed esattamente come un cocainomane, ognuno può diventare non solo dipendente dalla gratificazione stessa, ma addirittura schiavo di tutta la rete di pensieri che vi si muove intorno, rafforzata da emozioni amplificate in un frullato neurochimico.
Tutto provoca dipendenza perché il nostro cervello è costruito per inseguire fonti di piacere.

Per capire come si innesca e come agisce la dipendenza è necessario guardare dietro le quinte dei processi decisionali, secondo i modelli offerti dalla teoria computazionale della mente e dal funzionalismo.

La macchina delle decisioni

Partiamo dall’inizio.
Possiamo pensare al cervello essenzialmente come ad una macchina progettata allo scopo di prendere decisioni efficienti per adattarsi ad un ambiente in continuo mutamento. Proprio come in un computer, c’è una piattaforma hardware fatta di connessioni neurali, sulla quale gira un firmware, ovvero un programma interno scritto dall’evoluzione. Il programma in questione non determina a priori quali decisioni verranno prese e il tipo di risposte da elaborare, poiché questa strategia non riuscirebbe ad essere davvero adattiva. Come un sistema operativo di basso livello, però, determina le modalità generali con cui verranno costruiti i processi cognitivi e le regole che il cervello seguirà per scegliere le decisioni da prendere.
Una differenza sostanziale tra gli algoritmi che siamo soliti utilizzare nei computer ed il software mentale è che quest’ultimo è in grado di riprogrammarsi.
La capacità di variare le risposte al variare della situazione è ciò che chiamiamo apprendimento.

L’apprendimento richiede un algoritmo che sia in grado, alla luce delle informazioni in suo possesso, di operare delle scelte. Ed è questa la seconda differenza fondamentale rispetto ad una macchina non biologica: il cervello possiede degli scopi.
Per decidere quali scopi sono più importanti di altri il nostro firmware mentale possiede una soluzione sofisticata ma concettualmente semplice. Fa una lista degli obiettivi in ordine di priorità, utilizzando quella che viene chiamata funzione di valore.
La funzione di valore non è altro che il modo di assegnare dei pesi agli obiettivi, con la possibilità di modificarli nel tempo, in positivo o in negativo, sulla base dei risultati ottenuti. Si tratta dell’apprendimento per rinforzo.

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In pratica, quando la mente deve prendere una decisione, effettua una proiezione degli obiettivi sulla base di quanto già sa, assegna i pesi potenziali alle alternative, misura il guadagno stimato e opera le scelte seguendo la lista di scopi che ne consegue. Una volta ottenuti i risultati aggiorna nuovamente i pesi facendo gli aggiustamenti del caso a seconda del successo o dell’insuccesso ottenuto, tenendone conto la volta successiva.
Da una parte quindi è fondamentale il ruolo della memoria in quanto substrato necessario alla persistenza delle esperienze, dall’altra il sistema complesso costituito da emozioni e obiettivi innati, a formare uno stato mentale interno.

L’essere umano, come gli altri animali, possiede alla nascita un elenco ristretto di “superobiettivi”, necessari alla sopravvivenza e alla riproduzione, e caratterizzati da un valore estremamente alto: cibo, sesso, riparo, sonno…
A differenza degli altri animali, però, l’uomo è in grado di assegnare, almeno temporaneamente, pesi molto alti ad obiettivi di secondo livello, ponendoli addirittura al di sopra degli obiettivi primari.
Quando sopportiamo il dolore durante un allenamento o continuiamo a lavorare nonostante i crampi della fame, di fatto stiamo dando priorità ad un obiettivo secondario (il risultato sportivo o professionale) rispetto a quello primario (l’evitamento del dolore o la fame).

Ma cos’è che permette la rimodulazione della funzione di valore? Qui entra in gioco la dopamina.

Schiavi della motivazione

La dopamina è il segnale neurobiologico che l’evoluzione ha inventato per dire al nostro software decisionale di aumentare il valore dell’obiettivo che ne ha provocato il rilascio.
Il circuito dopaminergico, ovvero l’insieme di recettori bersaglio della dopamina, funziona come una specie di GPS interno che traccia i pattern decisionali come fossero percorsi illuminati: un sistema di gratificazione interno che fabbrica motivazione.
La dopamina si comporta dunque come un marcatore somatico che comunica alle strutture decisionali la direzione da prendere, assegnando un colore emotivo alle azioni e utilizzando la sensazione di piacere come motore motivazionale.
In assenza di dopamina sarebbe pressoché impossibile intraprendere decisioni e azioni, comprese quelle motorie, come avviene nei pazienti affetti da morbo di Parkinson.
Il problema della dopamina come gratificazione è che non viene rilasciata solo contestualmente all’oggetto del desiderio (l’obiettivo finale), ma anche durante le azioni che lo precedono, e a quelle ancora precedenti. L’intera catena viene rinforzata attraverso il feedback della ricompensa, in modo da innescare una sequenza che, nel breve o nel lungo termine, porterà all’obiettivo.
Il successo di tale sequenza, o dei suoi passi intermedi, fissa nella memoria l’alto valore dell’obiettivo, che verrà utilizzato per rimodulare successivamente la funzione di valore e accrescere la motivazione futura.
Il ruolo della dopamina è quello di comunicare ai circuiti decisionali che un’azione, piuttosto che un’altra, darà accesso ad un mondo più gratificante di quello in cui ci si trova.
Nel momento in cui questo meccanismo di retroazione continua a produrre dopamina, i livelli di motivazione spingono con forza sempre maggiore verso quel tipo di obiettivo, producendo decisioni che possono assumere la forma ossessivo compulsiva.
Ed ecco nascere la dipendenza.
È qui che la pornografia, le droghe e il gioco d’azzardo riescono a sabotare tutto il meccanismo, perché vengono interpretate dal cervello come situazioni che precedono una gratificazione molto desiderabile.
L’esposizione a immagini pornografiche predice un rapporto sessuale così come i simboli che scorrono sulla slot machine richiamano uno schema molto simile a quello che predice il jackpot. Purtroppo però non c’è né sesso né vincita e il cervello rimane in uno stato di anticipazione che lo porta ad essere ancora più motivato verso una ricompensa che sembra vicinissima.
Se da una parte le droghe si immettono come un hacker nel circuito della ricompensa, dall’altra qualsiasi fonte di elevata motivazione è potenzialmente in grado di sfruttarne il funzionamento naturale per mantenere uno status di obiettivo sproporzionatamente alto, talmente elevato da sostituirsi agli obiettivi primari, con un potenziale distruttivo per il benessere psicofisico dell’organismo.
Fortunatamente però il cervello è una macchina ben fatta.
Il meccanismo di gratificazione in un regime di funzionamento normale è in grado di autoregolarsi evitando situazioni estreme che porterebbero ad un caos decisionale di fronte a qualsiasi ricompensa, anche molto piccola. A differenza di quanto accade con l’uso di sostanze psicoattive che agiscono dall’esterno, il sistema di motivazione e obiettivi tende a mantenere sotto controllo i livelli di dopamina e ad assorbire il flusso di ormoni e neurotrasmettitori prima che questi mandino in tilt tutta la macchina.
Sembra esserci una predisposizione sia a livello genetico che a livello di sviluppo infantile verso potenziali disturbi del comportamento, tuttavia è difficile misurare in termini quantitativi quanto tali predisposizioni siano condizione necessaria e / o sufficiente.
In conclusione, all’interno di un opportuno contesto psicologico, genetico e ambientale si affermare che tutto può potenzialmente provocare dipendenza significa sottolineare la caratteristica intrinseca dei meccanismi decisionali di utilizzare la motivazione ed il circuito della ricompensa come una griglia sulla quale tracciare percorsi in grado di calamitare le azioni in una spirale di rinforzi che può portare a comportamenti disfunzionali. E che tale spirale non dipende dalla fonte di piacere.

Bibliografia

La bussola del piacere – David J. Linden
Come funziona la mente – Steven Pinker
Perché l’hai fatto? Come prendiamo le nostre decisioni – Read Montague
Come decidiamo  – Jonah Lehrer

Approfondimenti

Sui meccanismi neurobiologici della dipendenza

Le basi biologiche delle dipendenze
La neurotrasmissione
Understanding Addiction

Sulla dipendenza da droghe

Tutto lo sballo minuto per minuto

Sulle dipendenze senza sostanze

Gioco d’azzardo. vi spieghiamo perché è una dipendenza
Droga, cibo, sesso e gioco: tutte le dipendenze portano alla dopamina
Come la pornografia altera e droga il tuo cervello
Food addiction: una nuova forma di dipendenza
Behavioral addiction
Nuove tecnologie, nuove dipendenze: Internet Gaming Disorder
Dipendenza da internet – FAQ

Sull’apprendimento per rinforzo nelle macchine

Reinforcement Learning: An Introduction (Richard S. Sutton, Andrew G. Barto)
A brief introduction to reinforcement learning
Deep Reinforcement Learning: Pong from Pixels

Sui processi decisionali

Decision making
Making choices: how your brain decides

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